Noi che abbiamo conosciuto Solange di Marie Vareille è un romanzo che parla di donne, di libertà negate, di violenza e di amore, ma soprattutto di segreti. Segreti che possono restare sepolti per un’intera vita e che, quando finalmente vengono raccontati, hanno ancora la forza di cambiare il significato di tutto ciò che abbiamo creduto di sapere.
Noi che abbiamo conosciuto Solange
A raccontarci questa storia è Célestine, che ha 107 anni e sente di avere ormai poco tempo davanti a sé. Prima di morire vuole raccontare quello che ha taciuto per tutta la vita, riportandoci alla sua infanzia e alla figura adorata della madre Marguerite, rimasta vedova durante la Prima Guerra Mondiale. Marguerite è una donna determinata, desiderosa di costruire qualcosa con le proprie forze e di dare un futuro alla famiglia, ma vive in un’epoca in cui una donna, per avere accesso al mondo degli affari e alla proprietà, ha bisogno della tutela di un uomo, ed è così che finisce per sposare Alphonse, un uomo rozzo e violento che non sarà mai un vero padre per Célestine né per Solange, la figlia per la quale Marguerite arriverà a sacrificare la propria vita.
Célestine cresce troppo in fretta. Bravissima a scuola, avrebbe davanti a sé la possibilità di studiare e conquistare quell’indipendenza che desidera, ma è costretta a rinunciare a tutto per occuparsi della famiglia e diventare, di fatto, la sguattera di Alphonse. A sostenerla rimangono l’amore sconfinato per la sorellina Solange, i libri e l’amicizia tenera e profonda con Armand Bellanger. Eppure, mentre Célestine racconta la propria vita e lascia emergere un amore quasi assoluto per la sorella, le lettere di Solange ci restituiscono un’immagine completamente diversa, fatta di rancore e di odio. Come è possibile che due sorelle abbiano vissuto la stessa storia in modi tanto lontani?
Quel che non osavo confessare a nessuno, men che meno a mia madre o alla signorina Rongér, che tanto si era battuta per offrirmi un futuro nella mia immaginazione glorioso, era che l’idea di lasciare i miei campi, i miei fratelli e mia mamma mi terrorizzava. Divisa tra eccitazione e preoccupazione, tra l’infanzia e l’adolescenza che si profilava con quell’inizio di una nuova scuola, avevo un umore molto altalenante. Se avessi saputo cosa ci riservava il futuro, mi sarei goduta di più quegli ultimi istanti di leggerezza e spensieratezza. Era l’estate prima di Solange e il caos che lei si portava dietro non avrebbe tardato ad abbattersi su di me.
È una delle domande che ci accompagnano durante la lettura di Noi che abbiamo conosciuto Solange, perché Marie Vareille costruisce la sua storia proprio sul divario tra ciò che viene raccontato e ciò che rimane nascosto. Célestine ci parla dalla vecchiaia, con la voce di una donna che ha avuto un’intera vita per riflettere sulle proprie scelte e sui propri rimpianti, ma il suo racconto non è mai completamente rassicurante. Ci dice di essere stata un’omicida impunita e, da quel momento, non possiamo fare altro che chiederci che cosa sia successo davvero.
Chi è la vittima di Célestine? E soprattutto, quale colpa può aver tormentato una donna per più di un secolo?
Vareille è bravissima a non concederci risposte troppo facilmente. Il suo romanzo procede attraverso ricordi, lettere, silenzi e confessioni, e proprio il continuo alternarsi fra il detto e il non detto ci costringe a dubitare di ciò che stiamo leggendo.
La voce di Célestine sembra così autentica da farcela quasi sentire accanto, seduta davanti a noi mentre finalmente trova il coraggio di raccontare. È una voce stanca, ferita, ma anche sorprendentemente vitale, perché lungo gli anni segnati dalle privazioni continua a bruciare in lei il desiderio di conoscere, di studiare, di leggere, di amare e, soprattutto, di essere libera.
Ed è qui che emerge con maggiore forza uno dei temi centrali del romanzo: la condizione femminile. Vareille racconta una società nella quale le donne possono avere talento, intelligenza, ambizione e capacità, ma spesso non hanno gli strumenti per trasformare tutto questo in un futuro autonomo. Marguerite, Célestine, Solange e le altre donne che attraversano la storia sono costrette a fare i conti con un mondo costruito dagli uomini e per gli uomini, nel quale il matrimonio può diventare una necessità economica e la violenza maschile una presenza quotidiana.
Non potrei lavorare, aprire un conto in banca, disporre del mio stipendio o firmare un contratto senza la tua approvazione. E se ti innamori di un’altra? E se ti metti a bere come Alphonse? Sarei davvero libera? È questa la libertà che mi offri? Nessun uomo può davvero offrire la libertà a una donna.
L’emancipazione, allora, non è soltanto un sogno: è una conquista continuamente minacciata.
È ancora più doloroso vedere come il patriarcato possa essere interiorizzato dalle stesse donne, che finiscono per giudicare, condannare e sottomettere altre donne secondo le regole che sono state loro imposte. Marie Vareille riesce però a raccontare la ribellione senza trasformarla in una dichiarazione astratta. La fa vivere nei suoi personaggi, nei desideri che cercano ostinatamente una strada, nelle rabbie che covano sotto una superficie apparentemente rassegnata.
A questo si aggiunge un altro tema delicato, quello della malattia mentale e della diversità.
Solange è davvero pazza? Oppure è semplicemente una bambina e poi una donna incapace di conformarsi a ciò che gli altri considerano normale? La domanda rimane a lungo senza una risposta certa e proprio questa ambiguità rende il personaggio ancora più affascinante. Solange è indomita, imprevedibile, fantasiosa, forse persino inquietante, ma soprattutto è una donna che non sembra disposta ad accettare il posto che la società ha scelto per lei.
Rose solleva la testa dal suo quaderno, alza le spalle magre e mi risponde come se stesse dicendo un ovvietà: «Le altre, Solange? Vedi bene anche tu che non hanno niente, le altre dovrebbero essere fuori. Questo conferma la mia convenzione secondo cui molte delle ragazze o giovani donne rinchiuse in ospizi, riformatori o scuole di correzione non dovrebbero affatto essere lì, dovrebbero essere libere. Il loro unico crimine è aver avuto la sfortuna di attraversare la vita con addosso il peso di un corpo di donna».
Le vicende che Vareille racconta sono estremamente dolorose, a tratti persino difficili da sopportare, eppure Noi che abbiamo conosciuto Solange non è un romanzo che lascia paralizzati senza respiro; al contrario, dentro tanta sofferenza c’è una forza straordinaria. Ci ritroviamo accanto a queste donne quando vengono ferite, quando sono costrette a rinunciare ai propri desideri, quando sembrano non avere più possibilità, ma anche quando trovano la forza di rialzarsi e continuare. È una potenza che nasce dall’amore, soprattutto verso sé stesse, e che attraversa le generazioni, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso.
Poi, dopo tante intense pagine, arriva quel momento in cui, finalmente, ritroviamo nel romanzo le parole del titolo.
È uno dei passaggi più emozionanti del libro, quello in cui la tensione accumulata durante il lungo racconto di Célestine sembra finalmente sciogliersi e comprendiamo qualcosa di fondamentale sul legame fra le due sorelle. Non è soltanto una rivelazione narrativa: è il momento in cui cambia la prospettiva con cui abbiamo guardato Célestine e Solange, e ciò che prima sembrava incomprensibile acquista un significato nuovo e profondamente commovente.
L’autrice arriva così alla parte conclusiva del romanzo senza tradire la promessa iniziale. I pezzi del puzzle trovano finalmente il loro posto, i segreti vengono alla luce e comprendiamo che dietro le colpe, le bugie e i silenzi si nascondono soprattutto gli abusi e le conseguenze che possono lasciare sulle vite di chi li subisce.
Il finale è consolatorio, non perché cancelli ciò che è accaduto, ma perché ci lascia la sensazione che la sofferenza di queste donne non sia stata inutile. Qualcosa è stato tramandato e qualcosa, finalmente, è cambiato.
Noi che abbiamo conosciuto Solange è uno di quei romanzi capaci di tenere insieme tante cose senza perdere mai il filo. È una storia familiare e un romanzo sulla condizione femminile, una vicenda di abusi e di resilienza, ma anche un mistero costruito con grande abilità. E soprattutto è una storia di donne che, nonostante tutto, continuano a cercare uno spazio per essere sé stesse.
Dopo Ti ricordi di Sarah Leroy? ritroviamo in Marie Vareille quella capacità di costruire una storia che procede su più livelli e di accompagnare lettrici e lettori verso una verità che non è mai quella che sembrava all’inizio.
Quando si arriva all’ultima pagina, è forte la sensazione di non aver soltanto letto la storia di queste donne, ma di averle davvero conosciute, ed è questa la dote maggiore dell’autrice francese, di cui speriamo di leggere futuri romanzi.

un libro per chi: vuole lasciarsi travolgere da una storia di donne difficili da dimenticare
autrice: Marie Vareille
titolo: Noi che abbiamo conosciuto Solange
traduzione: Sara Arena
editore: Rizzoli
pagg. 410
€ 19

