Il dolore dell’abbandono talvolta è così mastodontico e profondo da lasciare cicatrici che diventano terreno fecondo di una solitudine invalicabile.
Un dolore spesso indicibile che Carmen Pellegrino – autrice dotata di rara sensibilità, capace di leggere nei luoghi abbandonati tutte le storie che li hanno abitati – ha invece saputo raccontare ne La felicità degli altri, il suo ultimo romanzo appena pubblicato da La nave di Teseo.

La felicità degli altri

Sono nata in una casa infestata dai fantasmi. Allampanati, tignosi fantasmi da cui non si poteva fuggire.

Clotilde porta il nome di sua zia, ma preferisce farsi chiamare Cloe, come se questo potesse dare nuova forma al suo passato e alleviarne la dolorosa pesantezza.
Qualcosa nella sua fanciullezza è andata storta.
Lei e il fratello Emanuel hanno vissuto una drammatica situazione familiare, in cui la madre Beatrice si comportava come una perfida virago, ossessionata dai tradimenti del marito Manfredi e portata a sfogare il suo costante debito d’amore sui figli indifesi.

Cloe oggi è un’adulta in cerca di se stessa.
È cresciuta in una comunità in collina, la casa dei timidi, gestita dal Generale e da Madame, anime gentili votate a non lasciare indietro nessuno, a far sentire amati i bambini e i ragazzi che sono stati rifiutati da chi avrebbe dovuto prendersene cura.
A diciotto anni Cloe se ne va e inizia una peregrinazione nel mondo, ma soprattutto in se stessa.

Si dice, sottolineando un’irriducibile idea di possesso, che i figli sono di chi li mette al mondo e senz’altro è così. Solo che il verbo amare non ammette imposizioni, dato che l’amore è un sentimento che sfugge, si inabissa, ricompare e nessuno sa dove zampillerà, non esiste un test attendibile per segnalare se e quanto ne spetti a ognuno. Così, se qualcuno non ti ama, qualcun altro potrà farlo al suo posto, perlomeno potrà provarci. Io stessa potrei fare un tentativo: in un giorno qualunque, in un posto qualunque, se andassi oltre queste mia coltre d’odio, se guardassi qualcuno negli occhi, nuda dei miei dolori, potrei addirittura iniziare ad amare.

Cloe cerca qualcuno che la veda, che ne definisca i contorni e che la renda presente a se stessa.
Dopo un matrimonio sbagliato e fallito, è a Venezia che si rifugia, incalzata da Madame che la invita a continuare a studiare, a crescere, a esplorare.
Ed è lì che Cloe incontra il Professor T, che insegna Estetica dell’ombra all’Università e in cui riconosce la sua stessa oscurità.

Due anime affini che si avvicinano per trovare se stessi nello sguardo altrui, senza aspettative e senza giudizi.
Perché per loro non è possibile specchiarsi nella felicità degli altri ma è probabile che possano riconoscersi attraverso un comune dolore.
Nel loro passeggiare per Venezia il silenzio viene a volte infranto da poche selezionatissime parole, chiarificatrici e salvifiche.
Il Professor T non ha tutte le risposte ma sicuramente sa cosa dire per rendere meno dolorosa e spaventosa la vita di Cloe nel suo mondo di ombre.

“Veda,” riprese, “io penso che l’idea che esista il tempo non sia che una superbia. Ci arroghiamo il diritto di sequenziare il semplice alternarsi del giorno e della notte in ore, minuti, istanti che fuggono sempre in avanti. Se possiamo fare questo, se possiamo perfino a correggere le stagioni, perché non potremmo mandarla indietro, ammesso che esista, questa diceria che chiamiamo tempo?” A quel punto s’interruppe e si alzò dalla sedia, due giri di sciarpa intorno al collo, una stirata con le mani all’impermeabile gualcito. Dopo aver accostato la sedia alla cattedra, prese borse e agenda e di nuovo mi guardò:
“Voleva dirmi qualcosa?”
“Sì, professore,” balbettai. “Ecco, vorrei chiederle cosa intende per luogo oscuro: lo nomina spesso nelle sue lezioni, sento che è un concetto che mi appartiene, ma non saprei oggettivarlo.”

Il dolore mai superato di Cloe per l’allontanamento dal nucleo familiare e per la perdita del fratellino, alimenta una realtà parallela in cui è Beatrice l’unica causa dell’accaduto.
È con il ritorno sulla collina che il passato può essere ricostruito con i giusti frammenti, in un’anastilosi umana che restituisce un risultato finale che rende a Cloe la necessaria pace per andare avanti.

Il silenzio di Venezia nell’oscurità della sera, le vie del paese di origine di Cloe su cui si affacciano dimore ormai abbandonate, sono l’ambientazione naturale di queste storie di solitudini che si avvicinano e si uniscono, per sentirsi meno fragili di fronte alla durezza della vita.

Carmen Pellegrino – con quella sua scrittura elegante e magnifica, sempre ammantata da un velo di nostalgica antichità che ci aveva già ammaliati nei precedenti romanzi – riesce, ancora una volta, a vedere e interpretare l’abbandono, trasfigurandolo questa volta dai luoghi alle persone, in una riuscita magia che non ferisce il lettore ma anzi lo accarezza e lo rincuora.
La felicità degli altri è un romanzo che lascia il segno, come i fatti importanti della vita, come l’amore che crediamo ci sia dovuto e che tante volte, trattenuti dall’ombra, non riusciamo ad afferrare.
Allunghiamo la mano e prendiamolo senza esitazione.

La felicità degli altri di Carmen Pellegrino

un libro per chi: cerca di ricostruirsi e ritrovarsi nel mondo

autore: Carmen Pellegrino
titolo: La felicità degli altri
editore: La Nave di Teseo
pagg. 239
€ 18


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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