Lauriane Bordenave con Donut girl, pubblicato da Elliot, racconta la storia di migliaia di giovani volontarie della Croce Rossa americana che, durante la Seconda guerra mondiale, mentre gli uomini combattevano al fronte, attraversarono l’Atlantico per raggiungerli e offrire loro un po’ di conforto. Erano le donut dollies, così chiamate per le ciambelle che distribuivano ai soldati insieme a caffè, chiacchiere, balli e momenti di spensieratezza. Il loro compito, apparentemente semplice, nascondeva in realtà un impegno importante, svolto in condizioni difficili e rimasto a lungo ai margini della memoria storica.
Donut girl
Il romanzo segue le vicende di Jane Pearson, una giovane di Milwaukee appassionata d’arte e di disegno, che sceglie di arruolarsi nella Croce Rossa per lasciarsi alle spalle una vita monotona e una famiglia segnata dalla violenza del padre e dalla sottomissione della madre. In Europa, insieme alle compagne Maggie, spudorata e allegra, e Jackie, posata e coscienziosa, Jane si ritrova dapprima in una Londra bombardata ma ancora operosa, per poi proseguire la propria esperienza in Normandia, al seguito delle truppe alleate.
Ho anche due nuove amiche, Maggie e Jackie. Partiamo presto per Londra. A volte ho paura di quello che troveremo lì. Le squadre mediche ci hanno preparato al peggio. Ci saranno bombardamenti? Non so nemmeno esattamente in cosa consisterà la nostra missione. Non importa, non tornerei indietro per niente al mondo. Questa avventura è troppo eccitante. Molto più della mia noiosa vita a Milwaukee da quando te ne sei andato. Ci rivedremo mai caro Larry? Pensi che sia possibile che ci incontriamo in Europa? Sai cosa si dice, il mondo è piccolo.
Uno dei meriti maggiori di questo libro è senza dubbio la ricerca storica che lo sostiene. L’autrice racconta di aver scoperto l’esistenza delle donut girls durante un viaggio in Normandia, visitando il cimitero americano nei pressi di Omaha Beach e ascoltando le parole della guida che l’accompagnava. Da quell’incontro è nata la curiosità di approfondire le vicende di queste giovani donne, il cui contributo è rimasto perlopiù nell’ombra. Ed è proprio questo desiderio di recuperare una memoria dimenticata a dare un senso profondo al romanzo, che restituisce visibilità a figure femminili il cui lavoro, pur lontano dalle prime linee del combattimento, contribuì a sostenere il morale dei soldati.
La condizione femminile è alla base della narrazione, che mette in luce quanto fossero angusti gli spazi di libertà concessi alle donne, dentro e fuori casa. A Milwaukee, Jane sembra destinata a una vita senza grandi ambizioni, in cui anche il desiderio di coltivare le proprie inclinazioni artistiche fatica a trovare spazio. La violenza esercitata dal padre sulla madre, fisica e psicologica, mostra poi quanto la subordinazione femminile potesse essere radicata nelle mura domestiche, fino a diventare una condizione apparentemente inevitabile.
La partenza per l’Europa rappresenta per Jane una possibilità di emancipazione, ma non significa che il mondo in cui approda sia davvero pronto a riconoscere la libertà e il valore delle donne. Anche lontano da casa, le ragazze si trovano a fare i conti con uomini che le considerano soprattutto corpi a disposizione, presenze decorative tenute a servire caffè, distribuire ciambelle, ballare e dispensare allegria. L’atteggiamento viscido di alcuni soldati, a cominciare dall’alto funzionario John Powell, rivela una mentalità che confonde il loro impegno con una disponibilità personale, come se la divisa della Croce Rossa cancellasse ogni diritto a essere rispettate.
A incarnare un’altra forma di oppressione è Mrs. Campbell, la crocerossina senior incaricata di ammaestrare e accompagnare le nuove volontarie. Giudicante e severa, sembra rappresentare quella categoria di donne che, anziché riconoscere le difficoltà delle altre e sostenerle, finiscono per perpetuare le stesse regole che le hanno limitate. Un atteggiamento che rende ancora più evidente quanto la solidarietà femminile non sia mai scontata e quanto le donne possano diventare, talvolta, le prime custodi delle convenzioni che le imprigionano.
Passa il braccio attorno alla vita di Jane e la trasporta al ritmo della musica. Ecco Jane che balla il balboa con un soldato sconosciuto. Sente meno freddo tra le sue braccia, ed è un bravo ballerino. Attirano tutta l’attenzione. La cosa la imbarazza un po’, ma presto altre tre ragazze si uniscono a lei e ballano anche loro con partner scelti a caso. Mrs. Campbell osserva le donne con la coda dell’occhio. Quattro donne per un reggimento.
Non sorprende quindi che, a un certo punto, le ragazze si ribellino al soprannome di donut dollies. Quella definizione, che potrebbe sembrare affettuosa e persino spiritosa, rischia infatti di ridurle a bambole senza anima, mandate al fronte per intrattenere gli uomini. Le giovani volontarie vogliono che sia riconosciuto il significato del loro lavoro: offrire conforto a persone lontane da casa, spesso impaurite, stanche e provate dall’esperienza della guerra. Non sono semplici dispensatrici di dolci e sorrisi, ma donne che hanno scelto di mettersi al servizio degli altri, affrontando a loro volta disagi e pericoli.
Eppure, proprio qui si colloca il limite principale del libro. A fronte di una vicenda tanto ricca di spunti e di personaggi che avrebbero meritato di essere conosciuti meglio, lo stile di Bordenave appare eccessivamente asciutto e frettoloso. La narrazione procede al presente con un tono che ricorda più una cronaca degli avvenimenti che una storia capace di coinvolgere emotivamente chi legge. I sentimenti restano spesso in superficie, le esperienze non sempre acquistano profondità e il racconto fatica a trasmettere il peso delle situazioni descritte. Il risultato è una lettura che, a tratti, diventa poco avvincente, persino noiosa.
Questa scelta stilistica potrebbe essere dettata dal desiderio di rispettare la realtà storica senza sovrapporle un eccesso di invenzione romanzesca. Si tratta di un’intenzione comprensibile, ma raccontare una storia vera non significa necessariamente rinunciare alla partecipazione emotiva. Anzi, quando si tratta di donne dimenticate, di vite che rischiano di scomparire dalla memoria, la capacità di far entrare il lettore in sintonia con le protagoniste può diventare uno strumento prezioso per restituire loro umanità. Jane, Maggie e Jackie avrebbero meritato una scrittura più empatica, capace di trasmettere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere e il coraggio di cercare per sé un destino diverso.
Per questo è meglio affrontare la lettura di Donut girl con le aspettative giuste: più che come un romanzo in senso stretto, può essere letto come un saggio romanzato, nel quale il valore della ricostruzione storica supera quello della narrazione. Il suo significato più profondo emerge soprattutto nel prologo e nelle note finali, dove Bordenave racconta le origini del progetto e svela il nome della vera Jane, insieme a quello della giovane donna ritratta in copertina. È in queste pagine che la distanza tra finzione e realtà si fa più sottile e che il libro acquista un significato ulteriore, ricordando che dietro i personaggi ci sono state persone reali, con le loro speranze, le loro fatiche e il loro desiderio di essere riconosciute.
Il romanzo si fa leggere, ma resta il rammarico per un’occasione narrativa non del tutto sfruttata.
La storia delle donut girls è importante, merita di essere conosciuta e offre ancora oggi molti spunti di riflessione sul ruolo delle donne, sulla libertà e sul valore del lavoro di cura.
Ricordare queste ragazze e ciò che hanno fatto è necessario, anche con una lunga e quasi asettica successione di eventi, ma riuscire a farle vivere davvero tra le pagine avrebbe reso questo libro ancora più prezioso.

un libro per chi: ama approfondire le vicende della Seconda Guerra Mondiale
autrice: Lauriane Bordenave
titolo: Donut girl
traduzione: Chetro De Carolis
editore: Elliot
pagg. 201
€ 18.50

