Con La famiglia Shaw torna in libreria per SUR una scrittrice già molto amata dal pubblico italiano: Rebecca Kauffman, autrice de La casa dei Gunner e La casa di Fripp Island, questa volta ci racconta le vicissitudini di una numerosa famiglia americana, lungo un arco narrativo che dura trent’anni.

La famiglia Shaw

Anche questa volta c’è un trauma attorno al quale ruota la narrazione di Kauffman.
La madre dei fratelli e delle sorelle Shaw viene ritrovata priva di vita, dopo anni trascorsi a lottare contro la depressione.

Nel 1933, quando Wendy, Sam, Jack, Maeve, Lane, Henry e Bette erano ancora troppo giovani, Marie Shaw muore nel suo letto, forse suicida o forse vittima di un dosaggio sbagliato di farmaci, preso per errore.
A trovarla è Wendy, la figlia maggiore, quella che poi, crescendo, resterà nella casa di famiglia accanto al padre, senza avere mai l’ambizione di cambiare vita, di andare altrove.

Le venne in mente che, con un altro po’ di esercizio, poteva diventare piuttosto brava nella scultura. Sarebbe stato strano essere brava a fare qualcosa. Era abituata a essere utile, non brava, che era il motivo per cui non l’avevano mandata a scuola. I fratellini si meravigliavano che la sorella maggiore, praticamente un’adulta ai loro occhi, non sapesse leggere. «Ma è così facile!» gridavano Bette e Henry tutti esaltati, piazzandole davanti i loro libri di scuola e indicando le lettere. «Perché non capisci? Basta guardare! A… B…» Wendy li ignorava quando facevano così, sapeva che non volevano essere cattivi.

Questo lutto gravissimo segna per sempre tutti i membri della famiglia, tra chi si convince che sia stato un tragico incidente e chi, invece, sospetta un gesto estremo compiuto per porre fine a una sofferenza interiore durata fin troppo tempo.
Un dolore sordo e inesorabile, quello della depressione, che non ha distrutto solo la vita di Marie ma che ha scavato nel profondo di tutti i ragazzi e le ragazze Shaw, condizionando per sempre, anche se inconsapevolmente, tutte le loro scelte.

Jim, il loro padre, è un uomo buono, con tutti i limiti dell’essere un semplice contadino cresciuto in campagna e dedito a una vita di lavoro.
Il suo amore per i figli è tutto lì, nelle mani segnate dai calli, nel sudore della fatica, senza alcun sentimentalismo, come si faceva una volta.

Adesso però sapeva che il suo cuore aveva dei limiti – limiti che non potevano essere superati. E provò sollievo, gratitudine, orgoglio, amore e paura nei confronti dei suoi figli, delle persone che erano – che sapessero o meno che il padre li sentiva – e delle persone che stavano diventando, delle cose che dicevano e di quelle che non dicevano.

È con la sua morte che i figli diventano davvero adulti, ritrovandosi come una famiglia dopo anni vissuti separati e distanti e riuscendo, con questa ritrovata unità, a confidarsi reciprocamente i timori più profondi, le cicatrici ancora esposte e i desideri rivolti al futuro.

C’è chi ha tenuto per sé verità dolorose e scomode, c’è chi quelle verità le ha affogate nell’alcool, chi ha finto di scegliere l’amore solo per fuggire e chi l’amore non lo ha trovato mai, perché in fin dei conti non ha mai veramente imparato a darne.
Ma ora, per quanto tutto ciò abbia un peso e per sempre lo avrà, ritrovarsi è l’unico modo per fare i conti con sé stessi, con il passato e con ciò che li attende in futuro.

Si riesce a mentire solo per un certo tempo, anche a sé stessi. Il cervello riesce a dividersi in due solo un certo numero di volte prima che la verità salti fuori, urlando come un’ossessa e brillando come una fiamma, e si rifiuti di essere messa a tacere o ignorata per un secondo di più. Alla fine la verità fa le sue richieste, pensò, e i figli, anche più determinati, alla fine tornano a casa.

Rebecca Kauffman, ancora una volta, mette in campo i punti saldi delle proprie narrazioni: la crescita e l’evoluzione di ragazze e ragazzi verso l’età adulta, e il tempo, che a modo suo tutto corregge e cura. L’autrice dimostra di sapere sempre come entrare nella mente dei personaggi, esplorando gli anfratti più oscuri, accompagnandoli poi verso gli spiragli di luce.

Indubbiamente meno coinvolgente dell’amatissimo La casa dei Gunner, La famiglia Shaw è un’opera corale comunque capace di farci sentire parte di qualcosa di complicato ma prezioso: una famiglia.

La famiglia Shaw di Rebecca Kauffman

un libro per chi: sa di essere oggi il risultato di tutto ciò che ha vissuto

autrice: Rebecca Kauffman
titolo: La famiglia Shaw
traduzione: Alice Cesarini
editore: SUR
pagg. 237
€ 17.50

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Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura. Pratica mindfulness, sogna sempre le montagne e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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