Articolo a cura di Metella Orazi.

Nella vita si può diventare in modi differenti ex di qualcuno: ex collega, ex amante, ex amico, ma come si diventa ex figlio?
Saša Filipenko in Ex figlio, pubblicato da edizioni e/o fornisce la sua risposta per niente scontata.

Ex figlio

Francysk Lukič, detto Cysk, è un sedicenne bello e popolare, che abita con la nonna e non ha mai conosciuto il padre, ha una fidanzata e nel 1999 frequenta senza impegnarsi troppo il liceo musicale.
La città in cui vive non viene mai citata direttamente dall’autore, ma tutti i dettagli la delineano chiaramente come Minsk, in Bielorussia.

A scuola è tempo di scrutini e dopo l’annuale incontro in aula magna con un reduce di guerra che racconta una storia diversa da quella che sono abituati a sentire, Cysk e i suoi amici si danno appuntamento nella “tana”, i bagni al terzo piano, dove commentano in bielorusso e in russo quello che hanno sentito. 

“Tu però rispondi: perché te la prendi tanto se parliamo nella nostra lingua?”
“Me la prendo tanto perché non c’è niente di spontaneo. Voi non pensate in quella lingua, non ci fate le battute. Ammettilo: in vita tua non hai mai raccontato una barzelletta che sia una nella tua lingua…”
“Su questo ti do ragione. È vero. Ma ciò non toglie che ogni tanto mi viene voglia di usarla…”
“Perché?”.
“Perché mi piace e basta. Perché voglio distinguermi dagli altri. Perché non voglio parlare come quelli che hanno mandato qui a farci da secondini”.

Da subito è evidente che questo sia un romanzo politico, in cui l’apparato delle note aggiunte per chi legge in italiano ricopra un’importanza fondamentale per capire tutti i numerosi riferimenti storici che ne arricchiscono la trama, come per esempio la spiegazione di ciò che accade a Cysk dopo l’incontro nei bagni, ispirato a un fatto reale.

I ragazzi decidono di recarsi a un concerto invece di aspettare in ansia l’esito degli scrutini, ma un temporale inaspettato fa sì che la folla radunatasi per assistere all’evento, alla ricerca di un riparo, si accalchi nel sottopassaggio della metropolitana: nella ressa Cysk rimane schiacciato e il risultato è il coma irreversibile.

La situazione clinica di Cysk viene comunicata con brutalità alla nonna che non vuole e non può accettarla.
Il romanzo, pur rimanendo molto realistico comincia ad apparirci sempre più come un’allegoria, in cui il coma del protagonista è da considerare in parallelo la condizione della Bielorussia sotto il potere di Lukašėnko.

“Suo nipote è morto. Morto, mi sente? Se ne faccia una ragione! È morto! E se non vuole sentire che è morto le posso dire che è schiattato. Ha tirato le cuoia! È andato! Il cervello di suo nipote non funzionerà più! Mai più, ha capito?”.
“Sa una cosa, dottore? Ma vada un po’ affanculo!”.

Mentre Cysk è immobile e silenzioso in coma, i suoi affetti si allontanano; persino la madre non lo va più a trovare e si rifà presto una vita con lo stesso medico che cura il figlio e aveva consigliato di donarne gli organi.

Solo Babulja, la nonna, ha ancora speranza che per il nipote non sia finita così e per dieci lunghi anni resiste, allestisce la camera come fosse una casa e lo va a trovare ogni singolo giorno.
L’inaspettato accade proprio il giorno della sua morte: Cysk si risveglia e trova un mondo nuovo, con nuovi termini – wi-fi, tv al plasma… – ma nel contempo cristallizzato e immobile, persino più vecchio di come lo aveva conosciuto.

“Prima nessuno guardava il nostro telegiornale, ricordi? A chi interessavano le notizie di casa nostra? Volevamo sapere quelle del nostro fratello maggiore, del nostro Grande Fratello. Ancora non ci rendevamo conto di vivere in un paese nuovo. E come potevamo?… Noi eravamo piccoli, avrebbero dovuto capirlo i nostri genitori, che però non capivano niente. Pensavano che fosse cambiato giusto il nome, e che per il resto sarebbe stato tutto come prima. Invece no. Secondo me non l’hanno ancora capito cos’è successo. Quanto ai nostri coetanei, almeno loro pare che comincino a capire che vivono in una repubblica giovane, ma diversa. Comunque, mentre tu eri in letargo, qualcosa è cambiato. Non molto”.

Nel finale appare molto chiaro come si possa essere ex figli delusi da una patria in cui non ci si riconosce.

Filipenko ha scritto un concentrato di storia bielorussa e una critica feroce al suo paese d’origine, profetizzandone (il libro è uscito nel 2014 in Russia e Bielorussia), gli accadimenti del 2020, quando quella che è stata definita la rivoluzione delle ciabatte ha portato in migliaia a manifestare contro il governo. 

Ex figlio è un racconto contemporaneo, forte e pieno di spunti per capire e interpretare il presente.
Un romanzo talmente attuale che è impossibile rimanere indifferenti.

un libro per chi: sogna oggi e sempre che il mondo possa sorprenderci

autore: Saša Filipenko
titolo: Ex figlio
traduzione: Claudia Zonghetti
editore: edizioni e/o
pagg. 190
€ 18

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Metella Orazi

Marchignola (marchigiana+romagnola), vive al mare, che ama in tutte le stagioni. Per quasi vent'anni è stata libraia e ora, pur senza libreria, continua a pensare e agire da libraia: parla di libri, fotografa i libri che vorrebbe e quelli letti per ricordare di averli letti e continua a impilare libri su libri che forse un giorno leggerà. Ama i gatti, i viaggi, la storia dell’arte, il cinema e il teatro, insomma, tutto ciò che racconti il mondo. Crede fermamente nel potere delle storie e della condivisione, perché se la lettura è un atto solitario, i libri sono fatti apposta per creare connessioni. Non chiedetele di scegliere un libro preferito, potrebbe entrare in crisi, cambiando idea di continuo.

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