Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh

Potrebbe essere d’ispirazione per questo mio momento di vita Il mio anno di riposo e oblio, romanzo rivelazione di Ottessa Moshfegh, pubblicato da Feltrinelli e già caso editoriale negli Stati Uniti.
Come la protagonista del libro, io – come forse anche molti di voi – avrei davvero bisogno di staccare per un lungo periodo dal vorticoso fluire di pensieri in cui ogni giorno rischio di annegare.

Il mio anno di riposo e oblio

È un personaggio decisamente scomodo e fastidioso la Protagonista, di cui non conosceremo mai il nome.
Un bellissima e giovane ragazza, da poco laureata alla Columbia, con casa nell’Upper East Side di Manhattan pagata da una rendita derivata dal lascito dei genitori.
Figlia di un duro lavoratore morto di cancro e di una pigra ubriacona suicida, oggi è rimasta sola in quella fagocitante città che è la New York di Bret Easton Ellis, sempre troppo dedita all’apparenza e alla performance.
Privilegiata e viziata, e forse per questo incapace di affrontare la vita e le sue conseguenze – la malattia, la fatica, il dolore, la morte -, la Protagonista decide di non opporsi al (giusto) licenziamento dalla casa d’arte in cui lavora, architettando come unica missione per l’anno a venire il riposo forzato e l’alienazione dal mondo circostante.

Non so indicare un evento specifico che mi aveva portato alla decisione di andare in letargo. All’inizio volevo solo un po’ di calmanti per cancellare pensieri e giudizi perché con la loro raffica continua facevo fatica a non odiare tutti e tutto. Pensavo che la vita sarebbe stata più tollerabile se il mio cervello fosse stato più lento nel condannare il mondo che mi circondava.

Inizia così, grazie all’incondizionato supporto di una psicologa bizzarra e superficiale, l’accomodamento in un limbo di apatia, inerzia e sudiciume, interrotto solo dalle brevi e inefficaci visite dell’amica Reva, bulimica, insicura, fragile, perennemente in cerca di affetto e approvazione.

Le giornate che preferivo erano quelle che passavano senza che me ne accorgessi. Mi rendevo conto di non respirare, stravaccata sul divano, a fissare un vortice di polvere che uno spiffero creava sul parquet e per un secondo mi ricordavo di essere viva, poi svanivo di nuovo. Raggiungere quello stato richiedeva grandi dosi di Seroquel o litio mischiate a Xanax, è Ambien o trazodone, e non volevo esagerare con quelle prescrizioni. C’erano calcoli raffinati per somministrare sedativi. In genere l’obiettivo era arrivare a un punto in cui potevo scivolare alla deriva facilmente e tornare in me senza spaventarmi.

Da cosa sta realmente fuggendo? Dai giudizi? Dalla noia? Dal dolore?
Servono ben 122 pagine affinché la Protagonista ammetta, tra un flashback e l’altro, di aver desiderato una madre amorevole e accudente, capace di abbracciarla nel momento del bisogno.
Una famiglia presente e non due genitori distanti tra loro e, di conseguenza, infinitamente lontani da lei.
Ma nulla ormai la tocca, strafatta di Ambien e altre sostanze che le fanno da scudo verso l’accettazione di una sofferenza profonda e difficile da risanare.

Quel ricordo avrebbe dovuto far emergere un po’ di tristezza in me. Speravo che rianimasse le braci del dolore. Ma non era così. Al ricordo di tutte quelle cose lì, nel letto di Reva, non provai quasi nulla. Solo una lieve irritazione per i bozzi del materasso, il fruscio fastidioso del sacco a pelo quando mi voltavo.

La scrittura è fredda, rapida, scarna ma fin troppo punteggiata, a voler testimoniare l’ottundimento della Protagonista, incapace di articolare riflessioni più complesse rispetto ai bisogni primari.
Un delirio narcisistico che culmina nel distacco dal mondo reale, per immergersi in un piccolo mondo a misura, imperfetto ma comodo, in cui siano le proprie certezze (film di scarso valore qualitativo, cibo spazzatura, pacchetti di sigarette, inevitabili bisogni corporali) a scandire l’esistenza, senza contraddittorio e senza emozioni.
E ancora, persino qualcosa di fragoroso e immenso, che colpisce l’intera umanità, diventa personale e utile alla missione, addirittura risolutivo.
È questo continuo battere sull’individualità e sull’egoismo che fa di questo romanzo grottesco ed eccessivo un coacervo di malessere che mai vorremmo realmente vivere, anche se ogni tanto (e sempre più spesso) ne siamo tentati, per preservarci dal rumore del mondo.

Allora ecco la rivelazione: per quanto io possa aver bisogno di staccare per un lungo periodo dal vortice di pensieri ed emozioni, la mia rete di contatti – familiari, amici e colleghi – è pronta a stringersi intorno a me, per non farmi affogare.
Nessun uomo è un’isola, se è pronto a lasciarsi amare.

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh

un libro per chi: sta vivendo un momento pesante e ha bisogno di capire cosa non vuole diventare

autore: Ottessa Moshfegh
titolo: Il mio anno di riposo e oblio
traduzione: Gioia Guerzoni
editore: Feltrinelli
pagg. 231
€ 17

4 comments

  1. E’ così, per quanto ci si senta oppressi e magari sconfitti, se si è lavorato bene sui rapporti umani, la cerchia si stringerà a chi ha solo voglia di scappare. Però un anno di stacco farebbe un gran bene un po’ a tutti.

  2. Mi hai convinta a leggerlo. Ho finito da poco Nostalgia di un altro mondo, la sua raccolta di racconti uscita sempre per Feltrinelli. Ci sono molti motivi comuni fra i racconti e credo anche fra i racconti e questo romanzo. Ma ho la sensazione che nel romanzo certi vezzi dei suoi personaggi sempre un po’ al limite (tuttavia sostanzialmente borghesi) diventeranno profondità.
    Grazie! Elena

    1. Davvero ti ho convinta?
      Ne sono lusingata, soprattutto perché tu sei una lettrice molto attenta!
      Io credo che per ora (e per molto altro tempo), eviterò altri scritti di Moshfegh, perché questo romanzo mi ha davvero “scombussolata” troppo.
      Fammi sapere com’è andata la lettura!
      Un abbraccio.

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