Nunzia Arillo, autrice di questo articolo, è sociologa, communications manager e blogger di I’m not a groupie, webmagazine femminista e femminile.

Può un libro farci commuovere tantissimo e al tempo stesso donarci momenti di dolcissima tenerezza?
Quando ho iniziato a sfogliare Quel che affidiamo al vento, scritto in maniera raffinatissima da Laura Imai Messina e in libreria da oggi per Piemme, mi sono immediatamente sentita immergere nella storia.
Lo scenario, la cultura e le vicende raccontate mi sembravano così lontane per essere da me comprese pienamente. Invece le parole hanno iniziato a scorrere veloci, assieme al vortice di emozioni.

Quel che affidiamo al vento

Questa storia racconta di un luogo che esiste realmente, a nord-est del Giappone, nella prefettura di Iwate. […] Decine di migliaia di persone vi si recano in pellegrinaggio ogni anno.

In Giappone più un dolore è grande, collettivo, più deve essere contenuto e non espresso pubblicamente. Il concetto di kijō 気丈 che mette insieme sentimenti-spirito e forza-vita-solidità. Incuriosita sono andata a documentarmi su questa espressione che disciplina il comportamento dei giapponesi, il loro contegno, il mostrarsi integri. Non lasciasi andare completamente allo sconforto, ancora di più quando il dolore è collettivo. Perchè la nostra sofferenza sia comunque rispettosa del dolore altrui, simbolo di un popolo che mette il rispetto dell’altro, e del decoro, davanti al culto del sè.

Laura Imai Messina, fedele alla cultura giapponese che studia e vive, ha deciso di abbracciare il concetto di kijō e in maniera lieve e malinconica ci fa inerpicare sulla Montagna della Balena. Proprio qui Sasaki Itaru, il guardiano di Bell Gardia, installò dieci anni fa una cabina bianca con un antico telefono, il Telefono del Vento. Un apparecchio, non collegato ad alcuna rete telefonica, pronto ad accogliere le parole delle decine di migliaia di persone che ogni anno arrivano fino alla prefettura di Iwate per parlare con i propri cari defunti.

Ci viene incontro Yui una donna di trent’anni che ha sfidato l’imminente uragano per arrivare fin qui a proteggere la cabina telefonica. Una data ha spezzato la vita di Yui e di altri migliaia di sopravvissuti: l’11 marzo 2011, quando lo tsunami si abbatte sul suo paese e fa sparire per sempre la mamma e la figlioletta, togliendole in un solo colpo “radici e punta”.

Cosa indossavano la figlia e la madre di Yui la mattina dell’11 marzo 2011
La madre di Yui: una giacca beige con la cintura legata alla vita, un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e sopra un maglione leggero a V, a righe orizzontali bianche e marrone chiaro, mocassini neri con la frangia, una collanina con scritto il nome di Yui.
La figlia di Yui: una gonnellino verde con sotto aderenti fuseaux neri, un maglioncino bianco con un orsetto sul taschino a destra, e dietro lo stesso orsetto che faceva cucù con le zampe. Calzini del Bruco Mai Sazio, scarpe da ginnastica bianche e rosa con una striscia che luccicava a ogni passo.

In questo luogo animato dalla magia dell’amore per i cari e per la cura del loro ricordo, Yui incontra Takeshi, medico di Tokyo che ha una bimba di quattro anni, a cui la stessa tragedia ha tolto la mamma e le parole. E con lui ritorna tante e tante volte, senza mai entrare nella cabina telefonica. Impara a memoria ogni dettaglio del tragitto che fanno assieme, la collinetta scoscesa, la cabina, il taccuino per trascrivere i pensieri, il calendario per ricordare la data del giorno.

La magia intrinseca in quel posto, anche se non potrà cancellare il dolore, far tornare indietro le lancette oppure creare una realtà alternativa, riuscirà a innescare un processo di rielaborazione del lutto, e a riaccendere la scintilla vitale.

La fragilità Yui l’aveva conosciuta soprattutto dentro di sé, in ogni interstizio di quegli interminabili anni, dal marzo 2011, al giorno in cui aveva incontrato Takeshi, e infine a quello a cui avrebbe finalmente preso in mano la cornetta del Telefono del Vento e avrebbe parlato con sua madre e con sua figlia.

Tanti anni fa ho conosciuto una donna – come Yui – a cui una tragedia ha strappato tutto “dalle radici alla punta”. Per lei, a differenza della nostra protagonista, non c’è stato nessun Telefono del Vento a cui affidare le ultime parole per la sorella e la figlia.
Anche se come si augura Suzuki-san, ognuno di noi dovrebbe trovare un posto dove curare il proprio dolore e rimarginare le ferite che la vita ci infligge.
E se non esiste, possiamo fabbricarcelo da soli, che in fondo non esiste onda che non ritorna e voce che nessuno ascolta.

Quel che affidiamo al vento

un libro per chi: ha perso molto e ha paura di ricominciare.

autore: Laura Imai Messina
titolo: Quel che affidiamo al vento
editore: Piemme
pagg. 256
€ 17,50


Nunzia Arillo

Miss-Communications Scrivo, leggo e sogno in cmyk Innovation is my new black© Ho una vita vista mare

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