Immergersi nella lettura di Paese perduto, prima opera di Pierre Jourde tradotta in Italia e pubblicata dalla neonata Prehistorica Editore, non è certo impresa banale, da intraprendere a cuor leggero.
Eppure, una volta partiti per questo viaggio nella selvatica e gelida Alvernia, non ci si può più fermare, come in preda a una delle tante sbornie elencate nelle pagine.

Paese perduto

«È un paese perduto», dicono, non v’è espressione più giusta. Non ci si arriva che smarrendosi. Nulla da fare qui, nulla da vedere. Perduto forse fin dall’inizio, talmente perduto prima di essere stato che questa perdita non è altro che la forma della sua esistenza. E io, stupidamente, fin dal principio, cerco di conservarlo. Vorrei che fosse se stesso, immobile nella sua perfezione, e che ogni istante ce ne si possa riempire.

Pierre e il fratello tornano al paese natio del loro padre, che oggi ne ospita le spoglie e la vecchia casa di famiglia.
Al fratello è stata lasciata in eredità da un cugino una fatiscente fattoria; una bega che si risolverà con la vendita di ciò che rimane e il ritorno in città. Ma prima, il canonico giro di saluti tra gli abitanti che li hanno visti crescere e diventare adulti, come François e Marie-Claude, amici di vecchia data.

La scoperta della morte di Lucie, la giovane figlia della coppia, malata da tempo di leucemia, cala come una mannaia non solo a risvegliare nell’autore il dolore, finora sopito, per la perdita del padre, ma anche la ricerca di un legame con quella terra aspra e lontana, abbandonata a se stessa e pregna di brutalità.

Mentre si fa l’elenco di chi mancherà al funerale, emergono i ricordi del passato e i ritratti di chi lo ha abitato.
La famiglia Maranne, con l’handicappata Claudine morta di dolore per l’allontanamento dalla madre malata Germaine.
L’austera ostessa Marie Croze, tanto parca di cordiali salamelecchi di benvenuto quanto generosa d’irrefrenabile abbondanza culinaria.
L’ormai scomparso contadino scapolo Ritou e la sua leggendaria banalità: mai grandi cose, eppure fonte inesauribile di aneddoti per chi ora è rimasto in paese.

Non è certo semplice districarsi in mezzo a tutte queste persone, a queste parentele, a questi gradi di separazione che si muovono su e giù tra i monti. Utilissime sono infatti le mappe disegnate dallo stesso Jourde, presenti all’inizio e a metà del libro. Ma non sono questi gli aspetti rilevanti di questo memoir: l’importante è l’atmosfera così abilmente descritta, ciò che si respira di questo paese perduto tra le montagne.

Magnifiche le descrizioni grottesche, quasi orrorifiche, degli incidenti sul lavoro occorsi ai contadini, tra ventri squarciati dai tori e scalpi tranciati da architravi.
Disgustosa ma affascinante la continua ripetizione del sudiciume che avvolge ogni casa e ogni cosa.
Ipnotico e angosciante l’elenco di quanti hanno ceduto al dio alcolico che veglia sul villaggio ormai semiabbandonato.
Crudeli e raccapriccianti le ultime quaranta pagine, affresco che dipinge la vita burbera e montanara di un mondo contadino cosparso di merda e sangue.

Ebbene, non c’è alcuna avvincente trama in Paese perduto, c’è solo un intero piccolo mondo antico, in cui immergersi e da cui lasciarsi penetrare.
E c’è un’analisi lucida, spietata ma altrettanto poetica del rapporto tra uomo e morte.

Perché occorre che ritorniamo continuamente all’immagine del morto, alla sua tomba, al suo corpo? Le emozione si attenua in questi ripetuti contatti. Si smette di valutare, ogni volta, la distanza smisurata che separa questo cadavere da quel che è stato. Ci si sente meno violentemente presi di petto da questa contraddizione insostenibile di una presenza nella quale si materializza e si acuisce in modo infinito l’assenza. Si sta allora davanti al corpo, e non si trova più nulla in sé stessi, ci si sente vuoti; l’essere allungato là non significa nulla di più dei muri e degli alberi che s’incrociano tutti i giorni senza pensarci.

Menzione d’onore alla chiarificatrice e accattivante prefazione di Claudio Galderisi, professore di lingue e letteratura della Francia medievale, qui anche in veste di magnifico traduttore.
L’approdo in Italia della produzione letteraria di Pierre Jourde è un evento che non toccherà tutti ma che, sicuramente, farà felici molti.

Paese perduto di Pierre Jourde

un libro per chi: conosce e ama la Francia e il popolo francese

autore: Pierre Jourde
titolo: Paese perduto
traduzione: Claudio Galderisi
editore: Prehistorica Editore
pagg. 197
€ 16


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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