Sonno bianco di Stefano Corbetta

So cosa significa stare accanto a un letto d’ospedale parlando a chi apparentemente non può sentirci, per questo Sonno bianco, il romanzo di Stefano Corbetta pubblicato da Hacca, è stato per me una lettura dolorosa e difficile, ma anche così intensa da diventare irrinunciabile.

Sonno bianco

Othie e Oth, così si sono soprannominate da bambine le gemelle Emma e Bianca, storpiando a modo loro la parola inglese other.
Soprannomi che, seppur inconsciamente, segnano l’inequivocabile volontà di tagliare fuori gli altri dal loro crescere in simbiosi.

Emma è timida, insicura, fragile, così uguale a Bianca fisicamente ma così diversa da lei, che è estroversa, tenace e temeraria.
Così impavida e protettiva da gettarsi sulla sorella, a soli nove anni, per salvarla da un terribile incidente.
Di quel momento, che forse si sarebbe potuto evitare, a Emma rimane una gamba più corta e sempre dolorante, mentre a Bianca tocca uno stato vegetativo, un sonno bianco da cui non sarà facile risvegliarsi.

… guardare Bianca negli occhi non era facile, significava seguire il movimento impazzito delle sue pupille sperando che fosse da qualche parte, lontano da loro, prigioniera in un mondo inesplorato. Dovete parlare con lei, ripetevano, ma il suo silenzio aveva lentamente indurito il cuore di tutti loro, un velo sottile e invisibile che opprimeva il battito. Durante le prime settimane Emma si era rifiutata di entrare nella stanza, restava lungo il corridoio seduta sulle sedie di plastica a guardarsi le mani; poi un giorno i suoi genitori si erano allontanati per parlare con il neurologo e quando erano tornati l’avevano trovata seduta sul materasso. Le parlava sottovoce, tenendole la mano, e quando si accorse di loro si alzò e uscì dalla stanza. Così capirono che Emma avrebbe parlato a sua sorella solo se nessuno l’avesse ascoltata, e quando fu in grado di raggiungere l’istituto in modo autonomo ebbe inizio il loro lungo dialogo, quello spazio in cui nessuno poteva entrare e che nessuno avrebbe potuto comprendere.

Molti anni dopo le gemelle sono ormai quasi maggiorenni.
Emma ha cercato di riempire il vuoto con l’arte e il teatro, ma nulla in realtà la fa sentire davvero viva e appagata.
La sorella in quel letto d’ospedale è una spina nel cuore, una mancanza costante e incolmabile, una debolezza che ne frena gli entusiasmi e la fa sentire sempre colpevole.
Se solo non avesse rincorso quella pallina… se quel giorno non si fosse allontanata dal gruppo in gita, avvicinandosi così tanto alla strada…
È per questo che sua madre non riesce ad amarla? È da questo che suo padre cerca invano di proteggerla?

«È una punizione, giusto? E sentiamo, cosa dovrei espiare?», continuò Emma. Aveva lo sguardo di pietra, era pallida. «Forse è meglio che me lo dici chiaramente, così cercherò di trovare una soluzione», disse rivolgendosi a sua madre, il busto proteso sulla tavola e le mani appoggiate sulla tovaglia. «Potrei sparire per sempre, basta dirlo. Del resto qui l’unica colpevole sono io, perché tu sei perfetta, non è vero?», continuò con il tono della voce che si alzava a ogni sillaba. Suo padre era sconvolto, sudava freddo, non era in grado di muovere un solo muscolo, non riusciva a trovare niente da dire che potesse mettere fine a quell’incubo. Valeria stringeva le posate e guardava sua figlia. Ognuno era rinchiuso nel suo mondo di cristallo. Potevano vedersi, riuscivano a distinguere il movimento delle labbra, ma nessuno sentiva, nessuno ascoltava. Poi sua madre lasciò cadere le posate sul tavolo e si portò le mani al viso. Il respiro aumentò, come se cercasse ossigeno dentro l’incavo in cui era nascosta.

Enrico e Valeria, un uomo e una donna che si sono amati davvero e che ora non riescono più a guardarsi negli occhi, a parlarsi, ad ascoltarsi.
Lui che a quella gita non aveva voluto andare, lei che avrebbe invece voluto seguire le sue bambine per non lasciarle sole, per vegliare su di loro e non sentirsi già inutile.

Tornò in camera, si sedette sul letto e si guardò i piedi nudi, aprì il cassetto del comodino e prese una fotografia, lui e Valeria in bicicletta, sorridenti, prima che diventassero genitori. Tenne quell’immagine tra le mani per un po’, poi la ripose e chiuse il cassetto. Rimase a fissare le mani vuote, chiedendosi come avrebbe potuto colmare la distanza che li separava e che aveva messo radici così profonde nella vita di entrambi.
Andò in cucina e scaldò il latte nel pentolino, prese il caffè liofilizzato e ne mise un po’ nella tazza. Che senso aveva passare tutte quelle ore a servire al bar mentre stava perdendo sua moglie? La vita era un atto di sottrazione e questo forse prescindeva dalla sua capacità di saper custodire ciò che amava.

È un limbo silenzioso e atroce quello in cui è caduta la famiglia di Emma.
Non bastano i legami di sangue a colmare il vuoto che ha lasciato Bianca.
Non basta il tempo a dare respiro a chi è rimasto in questo mondo e tenta disperatamente di vivere, soffocando il dolore.
Non bastano il teatro, l’arte e la musica a rinfrancare il cuore di una ragazza che porta il peso della colpa, così come non basta l’amore, per quanto tenero, comprensivo e presente.
Nulla basta a Othie per ritrovare la perduta metà di sé.
Nulla basta a una madre che non si sente più tale.

Un animale ferito, è questo che adesso vedeva sul proprio volto. Poteva capitare lungo una via della città, l’istante di un riflesso e i lineamenti sfumati del viso, sempre in lotta con se stessa. A volte non riusciva a riconoscersi e le capitava di chiedersi se qualcuno si fosse insediato dentro di lei, espropriandola. Ma poi il ricordo emergeva come una conchiglia appena sotto la sabbia dopo che l’onda, ritirandosi, la trascinava con sé. E allora si ricordava di essere la madre di Bianca ed Emma e che averle date alla luce con quello stesso dolore e grido aveva voluto significare diventare madre di un amore fragile. Fragile perché diviso, insicuro perché da ripartire, prossimo all’immensità, che è la forma più insostenibile di ogni cosa umana.

A Emma non rimarrà che un’unica salvifica scelta, mentre Valeria ed Enrico per sopravvivere dovranno ritrovarsi prima come uomo e donna, poi come genitori.

Stefano Corbetta firma un romanzo drammatico e straziante, e lo fa con uno stile così fluido e sobrio da lasciare al lettore la possibilità di fare proprie la storia e le emozioni di questa famiglia spezzata dall’assenza.
Un invito a non nascondere il dolore – piccolo o grande che sia – che portiamo dentro di noi, per viverlo fino in fondo, esorcizzandolo.
Un inno d’amore alla musica, che può rivelarsi compagna di vita e cura efficace a rimarginare le ferite dell’anima, ma anche quelle del corpo.
Sonno bianco è tutto questo, ed è soprattutto un libro da cui non si può fuggire, così come non si può fuggire da ciò che la vita ha in serbo per noi.

Sonno bianco di Stefano Corbetta

un libro per chi: sa che è giunto il momento di guardarsi dentro

autore: Stefano Corbetta
titolo: Sonno bianco
editore: Hacca
pagg. 280
€ 16

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