Appio e Virginia di G.E. Trevelyan

Sulla copertina di Appio e Virginia di G.E. Trevelyan è ritratta una donna di spalle, con i capelli scuri raccolti e la pelle bianchissima

Appio e Virginia di Gertrude Eileen Trevelyan, pubblicato nel 1932 e oggi portato in Italia dalla casa editrice indipendente Storie Effimere, è senza dubbio uno di quei romanzi che sfidano apertamente la nostra capacità di credere all’impossibile e che, proprio per questo, riescono a raccontare verità profondissime sull’essere umano. Un’opera sorprendente, originale e difficilmente classificabile, capace di muoversi tra riflessione psicologica e allegoria in una storia che indubbiamente esercita un fascino singolare.

Appio e Virginia

Siamo nell’Inghilterra tra le due guerre, Virginia Hutton, figlia di un vicario e zitella prossima ai trent’anni, decide di dedicare la propria vita a un esperimento tanto audace quanto controverso: allevare un piccolo orangotango come se fosse un bambino umano.
Trasferitasi da un convitto femminile a un cottage isolato nella campagna inglese, adotta il cucciolo di scimmia, che chiamerà Appio, nutrendolo, educandolo e amandolo come un figlio. Animata da un sottile spirito di rivalsa nei confronti di una società che l’ha relegata ai margini e forse anche dal desiderio inconscio di superare la propria solitudine, Virginia consacra dieci anni della propria esistenza al tentativo di trasformare Appio in un essere umano pienamente cosciente.

Sollevò il fagotto di flanella che racchiudeva Appio e lo tenne in braccio, un po’ goffamente.
«La prima cosa da fare è imparare a obbedire» gli disse, accarezzandogli un’orecchietta rosa.
Poi lo rimise nella culla, con la testa sul cuscino, e gli rimboccò le lenzuola.
Quello fu l’inizio.
Un occhio la seguì con attenzione mentre sistemava la trapunta, poi si richiuse nel sonno. Quando Virginia tornò allo scrittoio, la testolina pelosa scivolò dal morbido cuscino e si annidò tra le due mani rugose, come in attesa.

Il cuore pulsante del romanzo è proprio la solitudine che accomuna i due protagonisti. Appio impara a chiamare Virginia “mamma” e a seguire le regole che lei gli impone; Virginia, dal canto suo, sviluppa nei suoi confronti un affetto autentico e profondo. Eppure, nonostante la vicinanza quotidiana e il legame costruito nel tempo, tra loro permane una distanza incolmabile; restano entrambi entro i limiti della propria natura, incapaci di attraversare davvero il confine che li separa per incontrarsi pienamente.

Gli slacciò la cintura della vestaglia. In un attimo lui era nella culla, ancora con il mattoncino ben stretto in mano. Gli rimboccò le coperte e lo fissò mentre gli occhi si chiudevano e la presa sul mattoncino si allentava. L’affetto che nel corso della giornata si era tramutato in irritazione riaffiorò mentre lo guardava. Come aveva potuto pensare certe cose? Era così buono, così dolce e infantile. Aveva solo bisogno di amore e comprensione. La rabbia lo faceva chiudere in se stesso e tirava fuori il suo lato più animalesco, ma con la gentilezza si apriva. Quella sera era proprio come un bambino, così fiducioso e affettuoso. Si chinò e gli diede un bacio delicato sulla nuca morbida.

A chi legge viene richiesta una considerevole sospensione dell’incredulità. Eppure, dopo poche pagine, la straordinaria abilità narrativa dell’autrice rende quasi irrilevante interrogarsi sulla plausibilità degli eventi. Se Appio parla, allora si finisce per accettare che le scimmie possano farlo davvero. Trevelyan costruisce con tale efficacia la voce e i pensieri dell’orangotango da convincerci che, se potessimo conoscere il mondo interiore di un animale, sarebbe proprio così.

L’abilissima autrice mantiene inoltre viva, per tutta la durata del romanzo, una sottile ma costante sensazione d’inquietudine. Le lettrici e i lettori procedono tra le pagine con la percezione che qualcosa di terribile possa accadere da un momento all’altro, incrinando la fragile serenità costruita da Virginia nel suo rifugio isolato. Questa tensione non nasce soltanto dall’assurdità dell’esperimento stesso, ma anche dai pensieri della protagonista, dal suo progressivo allontanamento dalla società e da quel senso di persecuzione che sembra accompagnarla costantemente.

La domanda che accompagna il lettore fino all’ultima pagina è inevitabile: Virginia riuscirà davvero a fare di Appio un essere umano consapevole e razionale oppure la sua natura più autentica finirà per prevalere, trasformando dieci anni di sacrifici e isolamento in una tragedia annunciata?
È proprio in questa tensione, che si risolve solo nel finale, che risiede la straordinaria forza di un’opera creativa, disturbante e incredibilmente moderna.
Tra mito del creatore e riflessione antropologica sulle relazioni “umane”, Appio e Virginia è un romanzo da divorare avidamente.

un libro per chi: cerca una storia originale, leggermente inquietante e scritta con grande stile

autrice: G.E. Trevelyan
titolo: Appio e Virginia
traduzione: Silvia Amalia Di Cocco
editore: Storie Effimere
pagg. 290
€ 16

Babele il gruppo di lettura disordinato

Chi ha scritto questo post?

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un "angelo custode di eventi".
Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura.
Pratica mindfulness dal 2012, sogna sempre le montagne, ascolta musica jazz e vive un'intensa storia d'amore con il suo beagle Franco.
È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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