Chi sono gli džuur, gli ebrei delle montagne? Leggere Dedejme di Stella Prudont, breve romanzo pubblicato da Francesco Brioschi Editore, è come partecipare alla vita di questa comunità etnica quasi del tutto sconosciuta in Italia.

Dedejme

Daghestan, anni novanta.
Natan, il patriarca della famiglia … festeggia i suoi settant’anni accudito dalla devota moglie Channa e circondato dai numerosi figli e nipoti.
Tra questi ultimi c’è anche Šeker, figlia di Zina e Dovid, ceduta in tenera età alla nonna, per consolarla di aver perso l’amata madre ma anche per continuare a farla sentire giovane e ancora utile.
Un’usanza crudele, che mina le certezze della giovane ragazza, tormentata dal disperato bisogno di conferme d’affetto da parte dei veri genitori e dall’estenuante ricerca del proprio posto in quel piccolo e ordinario mondo.

Chi è la tua vera dedejme (mamma), quando chi ti ha partorita ti ha lasciata crescere ed educare da tua nonna?

Sì, negli ultimi tempi Šeker si era chiusa in sé stessa e in pratica aveva smesso di parlare. Channa l’aveva preso per un segno di buona educazione: crescendo, era diventata pudica. Dopotutto, non stava bene che una ragazza da marito stesse sempre a cianciare: doveva essere dolce, arrendevole, ubbidiente. Rispettare e non contraddire i genitori e poi, una volta sposata, sottomettersi alla volontà del marito: era quello il suo destino. Aveva educato Šeker alla perfezione e non aveva mai voluto nemmeno considerare l’idea che la nipote potesse contemplare la fuga o nutrire speranze fuori dal suo controllo.

È una società fortemente patriarcale quella in cui si muovono le infelici donne di questa storia.
Un mondo in cui la famiglia è forza ma anche prigione, in cui tutto sembra tenuto sotto controllo dagli uomini quando in realtà è mosso dalle donne, dalle loro rivalità, dalle incomprensioni che nascono quando qualcuna di esse non è disposta a piegarsi del tutto al rassicurante pensiero comune.

La famiglia è un pugno. Se le dita stanno insieme, le cose funzionano. Ma quando ciascuna va per conto suo, sono guai.

Non accade nulla di davvero particolare nel racconto di Stella Prudont, se non la consueta vita delle donne di questa comunità di ebrei che tramandano regole e usanze arcaiche, non tanto diverse però da quelle italiane di qualche decennio fa: una donna deve per forza avere un marito.
E se con il primo non ha funzionato – com’è accaduto a Erke, altra figlia di Channa – allora dovrà accontentarsi di un secondo uomo ancora più scarso e inetto, perché il suo destino sarà sempre quello di essere moglie e madre, senza potersi opporre alla volontà della matrona che tutto decide nel nome dell’unità familiare.

Lei gli aveva detto che si sarebbe trovata da sola il marito migliore del mondo. Ma ha studiato tanto e non ha imparato niente. È tornata a casa senza uno straccio di fidanzato.

Lontanissime da noi e dal nostro presente, le donne di Dedejme vivono sospese, convinte di essere padrone dei propri spazi domestici fino a quando seguiranno le tradizioni ma anche infelicemente consce (e corrose dal pensiero) di dover tentare, prima o poi, di prendere una diversa via.
Il libro è arricchito da una lunga e davvero interessante postfazione a cura di Valerij Dymsic, del Centro di studi ebraici dell’Università Europea di San Pietroburgo, che approfondisce la storia degli ebrei delle montagne.

Dedejme di Stella Prudont

un libro per chi: è appassionato di ebraismo e cultura ebraica

autore: Stella Prudont
titolo: Dedejme
traduzione: Elisabetta Spediacci
postfazione: Valerij Dymšic
editore: Francesco Brioschi Editore
pagg. 180
€ 16


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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