Degli orchi e delle fate di Elena Torresani

Sulla copertina di Degli orchi e delle fate di Elena Torresani c'è un'illustrazione che rappresenta una giovane donna senxa volto, circondata da rami e foglie

C’è un luogo, tra le montagne della Valtellina e le strade grigie di Milano, in cui l’infanzia può spezzarsi e ricomporsi in forme inattese. Degli orchi e delle fate di Elena Torresani è un romanzo che attraversa questa frattura con una voce intensa e controllata, capace di raccontare l’ombra senza mai indulgere nel sensazionalismo.

Degli orchi e delle fate

La storia segue Elettra, bambina cresciuta in una famiglia numerosa tra i paesaggi valtellinesi, sotto lo sguardo vigile e sapiente della nonna Celeste, guaritrice esperta di erbe. A dieci anni si trasferisce a Milano, dove il senso di sradicamento si accompagna a un’esperienza ben più dolorosa: tra le mura domestiche prende forma un incubo che segnerà profondamente la sua crescita.
Il romanzo si muove tra questi due mondi, raccontando la perdita dell’innocenza e il lento, difficile processo di ricostruzione.

“Gli altri hanno tanto potere, Elettra, lo so bene. Hanno il potere di farci terra bruciata intorno, di trattarci male, nel mio caso mi hanno persino fatto perdere il lavoro. Ma ci sono tante altre cose che non possono fare se opponiamo la giusta resistenza: non possono portarci via il talento, e nemmeno l’amore.”

L’aspetto più coraggioso del libro è la scelta di affrontare un tema raramente esplorato in narrativa con tale lucidità: l’incesto.
Torresani si addentra in questo territorio scabroso senza mai cercare scorciatoie emotive, mostrando quanto questa forma di violenza sia ancora avvolta da un silenzio che la rende doppiamente insopportabile. Il tabù sociale, prima ancora dell’abuso, emerge come una barriera che impedisce di nominare e quindi di comprendere.

A fare da contrappunto a questa oscurità, c’è la vivida ricostruzione degli anni Ottanta: un affresco fatto di musica, programmi televisivi, abitudini e linguaggi che restituiscono al lettore una dimensione familiare e quasi nostalgica. È un tempo riconoscibile, che rende ancora più stridente il contrasto con ciò che accade nell’intimità domestica.

C’è anche, però, la Milano di quegli anni, culla della Lega Lombarda, ben poco accogliente per chi viene da fuori e, come Elettra, si ritrova costantemente respinto e bullizzato per questo.

“Il punto è – e qui prese fiato per calibrare le parole – che tu non sei sporca. Non devi credere a quello che dicono quei poveracci a scuola”. E poi, come se le saltasse il tappo, tutto d’un fiato: “Anche perché se fossi nata con un corpo solo vagamente puzzolente tua mamma ti avrebbe già venduta o avvolta in una pellicola di antisettico e buttata giù dal Sass de Scegn.”

Il cuore del romanzo è profondamente femminile.
Attorno a Elettra si muove una costellazione di donne memorabili: la cugina Loretta, diretta e indomita, accompagnata dall’asina Concita; la nonna Selest, figura quasi archetipica, legata al sapere delle erbe e a una spiritualità antica; Clara, l’amica del cuore che mai giudica e sempre sostiene; Corinna, presenza accogliente che contribuisce alla formazione della protagonista.
In questo solido tessuto relazionale s’inserisce anche Evelina, la madre di Elettra, personaggio fragile e complesso, incapace di vedere davvero la sofferenza della figlia, troppo presa dal proprio bisogno di riscatto e sicurezza.

Torresani costruisce così una vera e propria ode alla comunità femminile: “le donne hanno le donne” diventa una chiave di lettura potente, che attraversa il romanzo e lo radica in una storia più ampia, fatta di resistenza e solidarietà.
Il sapere delle erbe, tramandato di generazione in generazione, richiama apertamente la figura delle streghe, donne perseguitate proprio per la loro capacità di curare e conoscere.

Eravamo cresciuti con le dicerie sulle stregonerie della nonna, ma tanto il nostro cortile era sempre un via vai di paesani che passavano a farsi curare la gotta o le insonnie: sparlavano, ma comunque prima o poi tutti venivano a Canossa per una pomata o uno sciroppo. Una tarantella di maldicenza e preghiera che non ci turbava più di tanto, perché quell’arte del guarire per noi era un vanto e per la gente una necessità. Le streghe poi ci piacevano moltissimo, perché sapevano, perché potevano.

Resta, infine, una domanda sospesa: quando le donne si ribellano alla violenza, lo fanno per vendetta o per difesa?
L’autrice non offre risposte facili, ma invita a sostare in questo interrogativo, e lo fa con uno stile sobrio, misurato, capace di essere profondamente espressivo senza mai eccedere, rendendo Degli orchi e delle fate un romanzo che lascia un segno duraturo.

Non c’è terra che lasci sole le donne.

un libro per chi: ha perso la voglia di lottare

autrice: Elena Torresani
titolo: Degli orchi e delle fate
editore: Coda di volpe
pagg. 228
€ 18

Chi ha scritto questo post?

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un "angelo custode di eventi".
Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura.
Pratica mindfulness dal 2012, sogna sempre le montagne, ascolta musica jazz e vive un'intensa storia d'amore con il suo beagle Franco.
È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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