Articolo a cura di Metella Orazi.
L’Italia è piena di piccoli Comuni caratteristici, uno di questi, situato sul fianco di una Montagna, abbastanza vicino al mare, è molto speciale, perché inventato!
Si chiama Appetricchio ed è nato dalla penna di Fabienne Agliardi ed è pubblicato da Fazi.
Appetricchio
Rosa vive con il marito Guidodario al nord, a Brescia, ed è la madre di due gemelli, Mapi e Lupo; è nata a Petricchio – che i locali chiamano però Appetricchio, perché la A viene aggiunta di regola ai nomi propri – e ci torna solo per le vacanze.
Terra di mezzo tra montagna e mare, Petricchio era come Narnia: un posto immaginifico escluso dalle mappe e fuori dalle rotte, diviso dal resto del mondo da un ponte malfermo e da un bosco di serpi.
Rosa è stata l’ultima a emigrare e ha sempre imposto ai figli le vacanze estive a Petricchio, anche se la maggior parte delle case è vuota e nelle strade si aggirano personaggi bizzarri, molti dei quali chiamati Rocco, in onore del Santo Patrono, senza cognome, che tanto lì ci si conosce tutti.
Per Mapi e Lupo è un vero divertimento scoprire gli abitanti e le storie che li accompagnano e cercare di svelare i piccoli segreti che si nascondono dietro alcune porte.
Nonostante fossero sempre e solo loro quattro, ogni anno i turisti erano soggetti a un breve e mirato interrogatorio atto a ricostruirne l’albero genealogico. Dimostrate le radici, i bresciani ottenevano il lasciapassare per entrare in comunità.
Seduti sull’uscio a gambe larghe i petricchiesi favellanti fissavano Guidodario e i gemelli come se non li avessero mai visti.
«A chi sei figlio tu?», con il tu che pareva uno sputo e veniva calcato a sottolineare la differenza.
Il linguaggio che i locali utilizzano è un dialetto unico, il “petricchiese”, uno strano miscuglio di dialetti del sud, imprevedibilmente armonioso.
La narrazione si sviluppa su due piani temporali che s’intrecciano: da un lato troviamo il racconto del ritorno ad Appetricchio dei gemelli Mapi e Lupo nel marzo del 2020, dall’altro ci sono i ricordi delle vacanze della famiglia Bresciani (di nome e di fatto), tra gli anni Ottanta e Novanta.
Appetricchio, quindi, racchiude la storia di un viaggio fisico e uno interiore, un ritorno alle origini per capirle e sapere di cosa si è fatti.
Seicentonovantuno chilometri a destinazione. Lanciò un’occhiata al navigatore: ne mancavano quarantasei all’area di sosta Chianti. Ci stava una sgranchita. Chissà se li avrebbero acciuffati.
Gallerie più lunghe dei ricordi. Buio, lampi arancioni, luce. Poi ancora buio. Lampi artificiali -tac tac tac- che facevano arretrare gli occhi – e ancora luce.
Durante il viaggio i protagonisti rivedono con nostalgia le cose semplici che hanno vissuto, i rapporti con le persone, le scoperte che hanno fatto mentre diventavano grandi.
Agliardi con un linguaggio inventivo ricco di sfumature, diverte e incuriosisce, crea un’atmosfera unica piena di richiami. L’autrice contrappone il concetto di “restanza” a quello dell’emigrazione e sceglie l’originalità come cifra stilistica.
Appetricchio è l’archetipo del posto del cuore che ciascuno ha, è un luogo magico che resiste, anche se nessuno più attraversa il ponte in macchina dal 1960.
Fabienne Agliardi è capace di farci sorridere e nel contempo essere spietata, sa alternare grottesco e malinconia, e quando meno ce lo aspettiamo colpirci con un finale inatteso.

un libro per chi: ama scoprire e passeggiare per i piccoli borghi
autrice: Fabienne Agliardi
titolo: Appetricchio
editore: Fazi
pagg. 283
€ 18

