È un romanzo potente e lucidissimo Dio non è timido di Olga Grjasnowa, pubblicato da Keller nel 2020, che ci racconta senza tanti giri di parole l’orrore e l’immenso dolore vissuti dai siriani che si ribellarono al regime di Bashar al-Asad nel 2011, sull’onda della Primavera araba.

Dio non è timido

Amal fa l’attrice. È bella, viene da una famiglia borghese in cui nulla è mai mancato, a parte la madre Svetlana, tornata in Russia abbandonando lei e il fratello Ali quando erano ancora piccoli.

Hammoudi è un medico. Ha completato gli studi a Parigi, dove ha incontrato anche l’amore per Claire, ma un giorno torna a casa per rinnovare il passaporto e il governo gli impedisce di ripartire, imprigionandolo di fatto in una vita che non desidera più.

Amal e Hammoudi sono siriani e sanno da sempre di vivere sotto un regime oppressivo, nascosto sotto un’apparente normalità. Al governo c’è il controverso presidente Bashar al-Asad, che ha ereditato la carica dal padre nel 2000 e che è stato rieletto a gran voce da un popolo indottrinato da anni di tirannia.

Erano stufi della corruzione, dei soprusi dei servizi segreti, della propria impotenza e delle costanti umiliazioni. Erano stufi che tutti i luoghi pubblici, biblioteche, aeroporti, stadio, università, parchi e persino asili, si chiamassero Asad. Erano stufi di dover mettere insieme i soldi di tutta la famiglia per comprare l’esonero dal servizio militare per il figlio, mentre alla televisione via cavo gli adolescenti americani ricevevano in regalo un’automobile con cui girare il mondo. Erano stufi di dover recitare ad alta voce ogni mattina a scuola “Asad per l’eternità” e giurare di combattere contro tutti gli americani, i sionisti, gli imperialisti. Erano stufi di avere una materia, Formazione politica, fatta di citazioni di Asad da imparare a memoria e compiti in classe che consistevano nel completarle con le parole mancanti e ordinarle cronologicamente. Erano stufi delle ore di Formazione militare in cui veniva insegnato come si smonta e si rimonta un fucile. Erano stufi di venir trattati come bestie. E soprattutto erano stufi di non poter dire tutto questo ad alta voce.

Nella prima metà del 2011 anche la Siria viene colpita dal vento di cambiamento della cosiddetta Primavera Araba e le proteste dei civili verso il governo iniziano a farsi via via più altisonanti e anche Amal, che fino a quel momento partecipava alle manifestazioni quasi per gioco, capisce la gravità di quanto sta accadendo.
Lei stessa viene incarcerata e costretta a torturare i compagni di lotta, perdendo del tutto quel poco d’innocenza e leggerezza che era riuscita a conservare.

Nel minuto che impiegano a salire le strette scale di casa sua, Amal si immagina quello che oggi rischia di perdere: la casa, i soldi, i gioielli, i denti, la dignità, la libertà, la vita. Decide di non pensare e non provare più niente. Non è triste. Non ha paura. Non è furibonda. Non prova più alcuna sensazione.

Hammoudi, inizialmente insofferente alla vita siriana ma posseduto da un’ignavia conservativa che lo aveva lasciato ai margini della protesta, si trova suo malgrado coinvolto in prima linea nella rivoluzione, quando inizia a curare i numerosi feriti che tentano, spesso invano, di sopravvivere agli attacchi sempre più feroci sferrati dall’esercito di Asad.
Sarà costretto a operare in condizioni estreme, dovendo scegliere tra chi salvare e chi lasciare morire per mancanza di tempo, di strumenti, di medicine.

Negli ultimi mesi a Hammoudi aveva costruito un muro invalicabile, ma adesso è crollato di colpo. Si deve appoggiare a una parete, ha la fronte e i palmi delle mani sudati, il cuore gli batte all’impazzata. Hammoudi continua a fissare il morto, in cui non riconosce il suo vicino. Sempre il sangue affluirgli alle guance, poi non sente più nulla.

I due protagonisti vivranno vite parallele e si sfioreranno solo per pochi attimi in Siria, prima di ritrovarsi al di là del mare e riconoscersi nella reciproca disperazione di chi ha visto più volte in faccia la morte.

Se inizialmente si fatica a entrare in empatia con Amal e Hammoudi, arroccati nei propri interessi e nel tentativo più o meno consapevole di salvaguardarsi, con lo scorrere delle pagine non si può che sentirsi coinvolti nelle loro vicende, riuscendo a comprendere quanto quel distacco iniziale fosse necessario alla sopravvivenza.
Lo loro disperazione, poi, diventa quella dei lettori e delle lettrici, letteralmente travolti dall’orrore delle persecuzioni, delle torture, della disonestà e della cupidigia di chi nella guerra sguazza per propri interessi, nascondendosi spesso dietro un fantomatico volere divino.

La scrittura di Grjasnowa è asciutta, parca e scattante, come se non potesse permettersi nemmeno una parola in più, come se non ne servissero altre per raccontare il dramma dei profughi costretti a rinunciare a tutto pur di cercare di sopravvivere. Seppur drammatica, la prosa non diviene mai pesante o leziosa, a sottolineare la totale assenza di giudizio verso qualsiasi azione compiuta da chi si trova, da un giorno all’altro, in un’esistenza stravolta al punto da tale da far mutare carattere, intenzioni, ideologie.

Dio non è timido è un romanzo doloroso a cui non si dovrebbe rinunciare.

Dio non è timido di Olga Grjasnowa

un libro per chi: vuole tentare di sentire da vicino l’orrore subito dal popolo siriano e per chi vuole aprire gli occhi sul concetto di accoglienza

autrice: Olga Grjasnowa
titolo: Dio non è timido
traduzione: Fabio Cremonesi
editore: Keller
pagg. 302
€ 18

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Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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