Questo piccolo libro blu condensa in poco più di cento pagine l’intensa storia di una ragazzina ebrea che guarda il mondo con gli occhi di chi, nonostante mancanze e dolori, riesce ancora a sperare.
È L’estate di Aviha dell’attrice e autrice israeliana Gila Almagor, pubblicato con grande cura dalla casa editrice Acquario.

L’estate di Aviha

Aviha ha dieci anni e vive in Israele.
Ha lasciato velocemente l’istituto che frequentava quando sua madre Henia, durante una visita, le ha trovato in testa i pidocchi e ha deciso di riportarla a casa con sé per trascorrere l’estate.

Così aveva scritto la mamma: «Scrivvi tanto». In genere le correggevo gli errori di ortografia, ma quella volta non ci pensai proprio.
Quello era un segno di vita della mamma.
Lessi e rilessi la lettera, e la macchiai con le mie dita sporche di fango. Nonostante il dolore per le condizioni della mamma più felice di quella lettera. Pensavo: ecco, io ho una mamma che mi scrive anche quando è malata e lontana, mentre in istituto ci sono tanti bambini orfani del padre e della madre che non hanno neppure qualcuno che scriva loro.

Aviha non ha mai conosciuto suo padre.
Il suo nome significa il padre di lei e forse anche per questo la mancanza di quella figura si fa sempre più rimarchevole, soprattutto quando guarda le vecchie foto dell’uomo che è morto prima che lei nascesse e che tiene nascoste anche alla madre.

Vorrebbe sapere molte più cose di lui ma la madre non parla, sfugge alle domande, si chiude in silenzi misteriosi.
Di certo i disturbi mentali di cui soffre e che pesano come macigni sulla vita della piccola Aviha non la aiutano a ricordare che c’è stato anche un tempo di bene. In lei sono rimaste tante immagini del passato e purtroppo molte di queste sono legate a qualcosa che vorrebbe che non fosse mai accaduto.

Henia, la mamma di Aviha è stata in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale e se il suo corpo è sopravvissuto, nonostante tutto, la sua anima è rimasta incrinata per sempre.
Non c’è alcuno slancio di felicità in lei e per tutta la comunità è solo una donna problematica da deridere.

La mamma non si curava affatto che parlassero di lei o che la disprezzassero. Era staccata da tutto, come se nello stesso tempo fosse e non fosse con noi. C’erano dei momenti nei quali i suoi begli occhi, che erano neri e molto grandi, diventavano opachi, come di vetro. Lo sguardo da fisso nel vuoto, come se stesse vedendo cose che io non vedevo. Era uno sguardo che non incuteva paura, ma insieme incuriosiva, infatti io volevo sempre sapere cosa vedesse davanti a sé.

Sconvolge e fa arrabbiare la poca solidarietà che gli abitanti del quartiere e vicini di casa riservino a Henia, partigiana che ha combattuto contro i tedeschi e per questo è stata rinchiusa nel campo, ma per quanto dramma ci sia nelle vicende raccontate da Aviha, la purezza della sua voce narrante, gli occhi con cui guarda e riesce a vedere l’amore di sua madre, il coraggio del suo sguardo su un mondo che non ha alcuna intenzione di accoglierle, rendono alcuni passaggi del romanzo di una tenerezza disarmante, che arriva a commuovere.

L’interessante post fazione dedicata dalla traduttrice Paola M. Rubini all’autrice, svela alcuni risvolti della vera storia di Aviha e Henia.

L’estate di Aviha nonostante la sua brevità riesce a raccontare un piccolo mondo di grandi emozioni.
Da leggere.

L'estate di Aviha di Gila Almagor

un libro per chi: ama le storie sulle relazioni tra madri e figlie

autrice: Gila Almagor
titolo: L’estate di Aviha
traduzione: Paola M. Rubini
editore: Acquario
pagg. 123
€ 12

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Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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