Con Pazze di libertà, romanzo pubblicato da Alter Ego, Silvia Meconcelli racconta gli anni della Resistenza partigiana, puntando il riflettore su un tema raramente affrontato: la libertà strappata a quelle donne considerate “diverse” e rinchiuse a marcire nei manicomi, senza alcuna possibilità di essere riabilitate.

Pazze di libertà

Maria è una giovane donna, figlia di un importante tesserate fascista assetato di potere.
Una mattina si sveglia e non riconosce l’orrido ambiente che la circonda.
L’aria puzza terribilmente, la stanza è oscura e nessuno risponde alle sue implorazioni gridate.

Maria è in manicomio, ma non sa come ci sia finita.
Accanto a lei c’è Flora, un’altra donna dall’età indefinita, sudicia e chiacchierona.
Flora racconta a Maria che quello è il manicomio e che devono stare buone e tranquille, per evitare di essere punite dalle infermiere e dai dottori, con dosi di tranquillanti iniettate direttamente in vena o, alla peggio, con la discesa in un reparto ancora peggiore.

«Noi che livello siamo?» chiesi.
«Noi siamo nel reparto delle alterate».
Rispondeva secca, senza dare troppe spiegazioni, sembrava a suo agio al centro dell’attenzione.
«Alterate? Ma io non sono alterata!».
«Stai calma, piccina, sennò ti alteri. Per loro sì, lo sei, perché ti vedono sempre agitata, ricordati che non dipende da come sei davvero, dipende da come ti vedono loro».

Com’è potuta finire lì questa giovane donna di buona famiglia, dalle mani bianchissime e morbide, aggraziata ed educata, addirittura capace di leggere?
Maria inizia lentamente a ricordare i fatti che l’hanno portata a precipitare in quella prigionia senza via d’uscita.
Toccandosi il ventre ricorda il frutto dell’amore per Lucio, il figlio del calzolaio, comunista e partigiano.
La loro tenera storia non avrebbe mai potuto fiorire, eppure Maria non s’era lasciata abbattere dalle avversità e aveva deciso di aiutare il futuro padre del suo bambino e gli altri combattenti per la libertà diventando una staffetta e una spia.

A quel tempo io sentivo, ma non capivo, o forse non volevo capire, tutto era ovattato dall’ignoranza, dall’indifferenza. Quelle risa mi tornarono alla memoria, una rievocazione lontana che divenne improvvisamente viva, presente. Risa forte, potenti, risa sprezzanti, risa sdegnose. Capii che la difficoltà di stare insieme a Lucio non dipendeva solo dalla differente classe sociale. No, c’era qualcosa di molto più grande che ci divideva, c’era una guerra, un’ideologia, un concetto diverso di libertà. Sì, perché per qualcuno, in quel mondo, la libertà è una cosa irrinunciabile e sarebbe morta per raggiungerla. Ma per me? Sarei stata disposta a morire per la libertà?

Essere parte di una famiglia fascista, però, condanna Maria a quella sorte tanto inaspettata quanto dolorosa.
La libertà che apparentemente viveva – si può veramente essere liberi sotto una dittatura? – le viene brutalmente strappata e in quei giorni di manicomio Maria scoprirà che le matte sono solo donne come lei.
Donne che non si sono piegate alle volontà degli uomini, donne diverse dalla morale comune, donne combattive che non hanno voluto tirarsi indietro di fronte alle lotte da portare avanti. Donne omosessuali non accettate dalla società, donne stuprate diventate scomode per le famiglie patriarcali, donne ribelli che se lasciate libere avrebbero potuto intralciare la vita di qualche maschio importante.

«Non devi necessariamente esserlo nella realtà, è una questione di percezione, capisci? Tutte le donne che si discostano dai codici di comportamento femminili prestabiliti vengono percepite come pericolose, è sufficiente riconoscere la minaccia per l’ordine pubblico e la loro inadeguatezza alla vita sociale. È un concetto difficile da accettare. Lo Stato prevede, ipotizza… che possano essere dannose e le interna per motivi di sicurezza. Tra queste persone ci sono anche le dissidenti come te».

Mentre ci racconta la storia di Maria, di Lucio, di Tata Ines e di Iole, Silvia Meconcelli fa luce sulle condizioni infernali dei manicomi e sulle assurde diagnosi che portarono queste donne determinate e indipendenti a essere considerate pericolose perché isteriche, emotive, esuberanti, troppo lontane dall’ideale fascista della sposa e della madre.

Pazze di libertà è un romanzo che scorre veloce, che appassiona e che in poche pagine tratteggia una storia che è doveroso leggere.

Pazze di libertà di Silvia Meconcelli

un libro per chi: crede che le guerre si combattano solo al fronte

autore: Silvia Meconcelli
titolo: Pazze di libertà
editore: Alter Ego
pagg. 162
€ 14

Categorie: Leggiamo

Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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