Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea è l’ultimo romanzo dell’architetta Suad Amiry pubblicato da Mondadori e, come la precedente produzione letteraria dell’autrice, incentrato sulla difficile vita della Palestina e del suo popolo.

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea

Quel completo in lana di Manchester era la manifestazione tangibile di un sogno in cui aveva continuato a credere, pur nell’indicibile tragedia che si era abbattuta su di lui, su di loro.

Palestina, 1947.
Subhi ha solo quindici anni quando si guadagna un premio speciale per aver aggiustato il sistema di irrigazione che nutre l’aranceto di Khawaja Michael, uno degli uomini più ricchi e rispettati di Giaffa.
Il premio speciale è un abito su misura in lana inglese, raffinato lasciapassare per sedersi ai tavoli dei caffè più prestigiosi e preziosa dote che Subhi sogna di indossare al futuro matrimonio con Shams, la tredicenne che lo ha stregato con i suoi riccioli castani.

Come tutti gli adolescenti, Subhi sogna a occhi aperti un futuro radioso accanto alla propria amata, mentre il mondo intorno a lui sta cambiando velocemente, distruggendo le poche certezze del popolo arabo.
Il governo britannico, che dal 1920 ha il controllo della Palestina e che ha sempre favorito l’accoglienza del popolo ebraico sul territorio palestinese, ha infatti annunciato di voler revocare il mandato, mandando in crisi chi già sa che questa mossa non potrà che favorire i sionisti in cerca di ulteriore espansione territoriale.

«C’è poco da fidarsi: andrà a finire che i sahayyneh, i sionisti, prenderanno le terre assegnate a loro e cercheranno di accaparrarsi anche le nostre» diceva spesso nonno Ali.

Le preoccupazioni del nonno Ali non tardano a diventare realtà.
La tensione cresce di giorno in giorno e gli schieramenti si armano per essere pronti allo scontro.
Cosa potrà fare il disorganizzato popolo palestinese – che si è in parte rifiutato di accettare la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la spartizione dei territori – contro il popolo ebraico silenziosamente appoggiato da buona parte del mondo occidentale?

E proprio mentre la città ritrovava il suo ritmo, la voce che girava da qualche tempo diventò di colpo certezza: il governo britannico poneva ufficialmente fine al mandato sulla Palestina. Avrebbe ritirato le truppe il 14 maggio 1948 a mezzanotte. Gli inglesi avevano deciso che il famoso Piano di partizione dell’Onu – che sarebbe stato votato all’Assemblea generale il 29 novembre – non era affar loro.
Palestinesi ed ebrei avevano due mesi per elaborare una strategia e mostrare i muscoli – sempre che di muscoli si potesse parlare, e nel caso dei palestinesi non era poi così sicuro. Intanto che i politici dei vari partiti si accapigliavano sui pro e i contro del ritiro, il resto della popolazione si sentì invadere dalla paura e dalla confusione. La superiorità militare degli ebrei era evidente. Che futuro si prospettava per gli abitanti di Giaffa?

I fatti precipitano così velocemente che Subhi si ritrova a dover lottare per difendere non solo la propria casa e il proprio popolo, ma anche l’adorato abito inglese, tanto da ritrovarsi a trascorrere più di una notte in carcere.
Mentre le famiglie si disgregano per trovare salvezza e mentre gli israeliani attaccano su tutti i fronti, aiutati da alcuni collaborazionisti palestinesi, dell’abito inglese rimane ben poco e anche l’amata Shams sparisce, lasciando che un ragazzo di belle speranze diventi precocemente un uomo disilluso e arrabbiato.

Stava nascendo una nuova nazione, mentre un’altra moriva.
Per dirlo con le parole scritte nel 1901 sulla “New Liberal Review” dal padre del sionismo Theodor Herzl, la Palestina era stata un paese senza un popolo; gli ebrei, un popolo senza un paese.
Una menzogna fatta e finita, impacchettata, infiocchettata e servita su un piatto d’argento al mondo “libero”, che fu ben felice di farla sua. Forse era solo un modo molto semplice per l’Occidente di ripulirsi la coscienza? Il fatto è che un’inspiegabile ondata di simpatia accompagnò la nascita del nuovo Stato, senza mai arrestarsi.

Suad Amiry parte da una storia vera per ricostruire gli albori della questione palestinese, intrecciando la storia d’amore di due ragazzini con i fatti storici realmente accaduti, che hanno portato la popolazione autoctona palestinese a essere sgradita ospite sulla propria terra di appartenenza.
Il romanzo, scritto con lo stile semplice di una fiaba d’altri tempi, è un buon punto di partenza per approfondire il punto di vista palestinese su una tematica di cui tutti sentiamo parlare spesso ma di cui pochi conoscono le origini.

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea di Suad Amiry

un libro per chi: vuole sempre conoscere l’origine del male

autore: Suad Amiry
titolo: Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea
traduzione: Sonia Folin
editore: Mondadori
pagg. 240
€ 18

Due domande a Suad Amiry

Nel romanzo si raccontano anche gli aberranti atti di sciacallaggio compiuti dagli ebrei, che sottraggono tutti i beni – inclusi i libri – al popolo palestinese. Tutto questo ricorda molto quello che i tedeschi nazisti fecero agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, preludio di ciò che poi fu l’Olocausto.
Fin da ragazzina mi gira nella testa una domanda, a cui non sono mai riuscita a dare una risposta: com’è possibile che il popolo ebraico, che ha sofferto quello che ha sofferto, sia stato poi capace di fare lo stesso a un altro popolo?

Succede spesso che quando un bambino subisce degli abusi in famiglia, poi l’abuso diventi l’unica cosa che conosce e non sappia fare nient’altro, diventando anche lui un abusatore.
È evidente che in questo caso il popolo ebraico non abbia tratto un insegnamento positivo da ciò che ha subito, ma sicuramente c’è un fattore politico oltre a quello psicologico. La maggioranza degli ebrei che sono arrivati a occupare la Palestina proveniva dal mondo arabo e non aveva conosciuto lo sterminio della Shoah.
A mio modo di vedere, il progetto dei sionisti fin dall’inizio mostrava le caratteristiche di un progetto coloniale, questo è il punto da comprendere.
Se il popolo ebraico avesse desiderato un proprio stato nel 1948, avrebbe potuto averlo tranquillamente altrove, ma era proprio lì, in Palestina, che voleva averlo. Infatti non è mai cessata l’appropriazione da parte di Israele delle terre e delle risorse palestinesi.
Solo tre mesi fa Netanyahu e Trump hanno deciso di confiscare altre terre palestinesi! Un tempo era Giaffa la città più grande, mentre oggi è Gerusalemme… e, diciamolo, Netanyahu sa di cosa parliamo mentre Trump non sa nemmeno dove sia sulla mappa!
La conclusione generale è questa: chi ha il potere vuole sempre più potere e gli israeliani non riescono a vedere i palestinesi come esseri umani.
È molto semplice.

Sono rimasta molto colpita dalla parte finale del libro e dalla sua generosità nei ringraziamenti a chi ne ha curato l’edizione italiana, che fanno comprendere quanto lavoro ci sia nella creazione di una storia e di un romanzo.
Quanto tempo ha impiegato per raccogliere ed elaborare la storia di Subhi e Shams?

Ho cominciato a scrivere il romanzo nel febbraio 2018, quando sono andata a Giaffa e ho conosciuto Shams, che ho poi intervistato. Nel complesso ho impiegato circa un anno per completarlo.
Quando scrivo un libro, inizio elaborando tutto ciò che so, fin dal principio.
Un tempo ero una docente universitaria ma da romanziera ho dovuto abbandonare le mie abitudini da accademica. Lo studioso se non possiede tutte le informazioni che gli servono, va in biblioteca e poi si perde in un oceano di sapere. Come romanziera, invece, io scrivo tutto ciò che so, dando forma alla struttura di quello che poi sarà il libro. Poi, se mi mancano delle informazioni sui fatti o sui personaggi, torno indietro e procedo con il lavoro di documentazione, che può servire, come in questo ultimo romanzo, per descrivere il sistema di irrigazione degli aranceti.
Le ultime pagine ho voluto scriverle perché mi sono messa nei panni del lettore, che avrebbe voluto sapere che fine avevano fatto i tanti personaggi della storia. Quindi, come si fa a volte nei film e nei documentari, ho aggiunto dei titoli di coda per raccontare l’evoluzione della vita Subhi, Shams e di tutti gli altri co-protagonisti. Molti lettori hanno apprezzato questa scelta. È bello quando trovi un dispositivo di scrittura che soddisfa te come autore e anche il lettore.


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.