Susi corre di Silvia Rocchi | Intervista

Un graphic novel di grande formato con disegni dai colori vivaci, che immediatamente catturano l’attenzione dei lettori: è Susi corre, ultima opera di Silvia Rocchi, pubblicata da Canicola nella collana Sudaca e parte del progetto Dalla parte delle bambine, per la promozione e diffusione di una cultura della non discriminazione a partire dall’educazione sentimentale.

Susi corre

Susi è nel pieno dell’adolescenza. Vuole uscire con le amiche, divertirsi, non pensare a niente altro che non sia riuscire a stare sola con Simone, il ragazzo che le piace e che pure la sua amica Vera vorrebbe.
Frivola e gioiosa, Susi non vede l’ora di immergersi tra le attrazioni del luna park allestito per la fiera del paese, l’appuntamento che ogni anno le fa vivere emozioni ancora sconosciute e prese con la spavalda intensità di chi ancora non s’è affacciata alla vita adulta.

Il nonno di Susi, Luigi, ha tutt’altro carattere. La vita l’ha deluso, il passato lo pungola e continua a risvegliare rimpianti mai placati. Dov’è finita la sua giovinezza? La passione dell’uomo che sapeva abbracciare e baciare la donna amata?

In questo scontro generazionale che ha come sfondo i mille occhi e le troppe voci della più classica provincia italiana, s’insinua la gentilezza di Sandra, che è stata lontana per un po’ di tempo ed è tornata spinta dalla mancanza di una vita a misura d’uomo.

I tre si incroceranno, scontreranno, rincorreranno, fino a dare vita a una storia di sentimenti comuni e decisamente umani.
Particolarmente curato l’uso dei colori – più vitaminici quando sono ritratti i giovani, più pacati e freddi in presenza del nonno – e decisamente folgorante il tratto usato da Silvia Rocchi per questo grande graphic novel, ricco di dettagli che non possono che rendere la lettura talmente immersiva da sentire profumo di zucchero filato e sguaiate compilation di musica pop.

un libro per chi: sta ancora correndo dietro ai ricordi adolescenziali

autore: Silvia Rocchi
titolo: Susi corre
editore: Canicola
pagg. 32
€ 17

Cinque domande a Silvia Rocchi

Ciao Silvia, benvenuta sul blog. La prima cosa che colpisce di Susi corre è sicuramente l’insolito formato tabloid, che permette di fare una lettura decisamente immersiva. Fin dalle prime pagine ci troviamo proiettati nel gioioso marasma di una fiera di paese. Cosa ti ha spinto a scegliere questo formato e questa ambientazione?
Avevo una gran voglia di disegnare in grande!
I miei precedenti fumetti hanno tutti un formato classico (17 x 24 cm), questa volta desideravo ridare spazio al gesto e lavorare alle grandi tavole creando composizioni sceniche che aiutassero appunto l’immersione del lettore nella storia.
Aggiungere dettagli ad ogni pagina poi, è stata una conseguenza necessaria dovuta al racconto breve, avevo bisogno di tante piccole vignette per inquadrare narrativamente bene le vicende.

Susi è nel fiore della gioventù e sta vivendo le sue prime esperienze sentimentali; suo nonno Luigi, invece, si avvia verso il tramonto della vita e lo capisce proprio ritrovando un vecchio amore. Due personaggi apparentemente molto distanti che, a parer mio, sono in realtà molto simili nelle loro reazioni, decisamente drammatiche e sopra le righe. Come a dire che l’età non conta quando ci sono di mezzo certi sentimenti, giusto?
Susi e suo nonno sono due personaggi tagliati e cuciti per rappresentare l’egoismo umano. L’egoismo a parer mio emerge sempre in maniera netta quando si tratta di sentimenti, spesso si tende a preferire le proprie necessità pur di soddisfare minimamente il proprio ego, il proprio bisogno di attenzioni.
Questo spesso porta con sé una serie di reazioni a catena che innescate non riescono più a terminare; intendo dire che mi sembra di vedere spesso persone che tornano sempre a perpretare i propri schemi. Una forte conoscenza di sé potrebbe spezzare questo gioco, ma è molto difficile e allora resto sui miei modelli che hanno “funzionato” finora e pazienza se qualcuno ne soffre.

C’è anche un terzo personaggio che spicca in Susi corre: Sandra è la donna gentile e premurosa che si offre di aiutare il nonno in quel suo momento di grave difficoltà. È forse l’unica figura veramente positiva di tutta la storia, eppure qui appare quasi fuori luogo, bistrattata da chi dovrebbe invece ringraziarla. È un rimando alla società contemporanea, che ogni giorno ci dimostra che vince chi grida di più?
Sandra al contrario è un simbolo di bontà. Questi personaggi, ristagnati nei loro ruoli in realtà nella mia testa rappresentano momenti della vita di ciascuno di noi. Gli ambienti e i contesti influenzano quello che siamo e che decidiamo di fare, quindi per molti anni ho creduto di essere un tipo come il nonno, mi sveglio domani e a causa dei contesti mutati, sono una Sandra. E sì, in generale è una come Sandra è una figura non esattamente di moda in questo periodo storico.

Il punto di vista del racconto è quello di Susi in cui noi ragazze (di ogni età) ci immedesimiamo, perché sicuramente a molte è capitato di essere in difficoltà nelle prime storie amorose. Si parla tanto di educazione sessuale – che, sia chiaro, è sempre importantissima – e si dà meno spazio a quella sentimentale. Il risultato è che spesso non sappiamo distinguere tra amore e possesso, tra cura e gelosia. Che ne pensi?
E questa ovviamente è una diretta conseguenza della mancata conoscenza del sé, del modo in cui reagiamo alle difficoltà, del modo in cui ci relazioniamo.
Susi è energica, vitale, ma nonostante questo crea un contesto in cui per affermarsi in quanto donna deve passare dal riconoscimento esterno. Addirittura tradisce l’amica pur di fare quello che interessa a lei. Il nonno ritrova quello che probabilmente è stato l’amore della sua vita, che si è lasciato scappare a causa di tutte quelle cose che ci legano con i piedi saldi a terra pur di evitare tensioni, drammi, disastri – seppur momentanei – per il forte senso di possesso per la sua famiglia.
A proposito del possesso e della gelosia, rispondo citandoti queste parole del grande Steinbeck – scritte in una lettera al figlio in merito alla conoscenza della futura nuora – che ho ritrovato in questi giorni alla ricerca di belle letture:
Ce n’è uno egoista, meschino, avido, interessato, che usa l’amore per il proprio narcisismo. Questo è il tipo d’amore brutto e paralizzante. L’altro è un fuoriuscire di tutto ciò che c’è di buono in te – gentilezza, considerazione, rispetto -, che non sono solo il rispetto sociale delle buone maniere ma una forma di rispetto più grande che consiste nel riconoscere un’altra persona come unica e preziosa.

Chiudiamo con una domanda frivolissima: ma tu ci andavi su Tagadà? E avevi il coraggio di restare in piedi al centro?
Sono andata un paio di volte sul Tagadà, una sola di queste sono riuscita a stare in piedi ma rigorosamente da lato e in presenza dell’amica fidata. Ero una preadolescente molto diversa dalla giovane Susi, avevo i brufoli, la tuta di acetato che mi stava corta (sono molto alta), e capelli inutilmente vaporosi. Sicuramente va meglio adesso ma non starei comunque al centro!

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