Ci sono colpi di fulmine che non sono poi così inaspettati.
Due anni fa, leggendo le poche e immaginifiche pagine de Lo scaffale degli ultimi respiri, pubblicato in Italia da Keller nel 2011, sentii di aver ritrovato un pezzetto della mia anima nella scrittura di Aglaja Veteranyi.
Un incontro letterario che sapeva di casa e famiglia.

Aglaja Veteranyi

Nata in Romania nel 1962, Aglaja Veteranyi ha lasciato questo mondo quarant’anni più tardi.
Nel 2002, dopo aver passato tutta l’infanzia vagabondando per l’Europa e per il mondo e aver poi scelto la Svizzera come terra in cui fermarsi a quindici anni, Aglaja decise di suicidarsi gettandosi nel lago di Zurigo.

Figlia di un clown e di un’acrobata che si esibiva appendendosi per i capelli al tendone del circo, la Veteranyi crebbe portandosi dentro l’opprimente e perenne senso di fuga dei rifugiati.
La famiglia scappava dalla fame, dalle torture, dalla paura imposta dal regime di Ceausescu.
Quella paura, per molto tempo – o forse per sempre -, fu parte di lei.
La paura che il padre ubriaco diventasse molesto e che la madre, suo immenso punto di riferimento, si facesse male.
La paura di non riuscire mai a sentirsi libera.

Libera come avrebbe voluto essere, leggera come una farfalla e abile come circense.
Libera come una persona capace di leggere e scrivere.
Ma Aglaja era analfabeta e fu solo quando la madre si separò dal padre che ebbe l’opportunità di studiare e imparare.
Era il 1977 e la sua casa ormai era in Svizzera.
Si vergognava della propria condizione, lei che aveva sempre desiderato comunicare con il mondo intero.

Fu così che, con un’enciclopedia illustrata per ragazzi alla mano e una volontà ferrea, la quindicenne iniziò a imparare a scrivere in lingua tedesca, per diventare poi, qualche anno più tardi, una delle scrittrici svizzero-tedesche più considerate e apprezzate dalla critica.
Ma non visse solo di questo.
Fu anche una talentuosa attrice e insegnante di recitazione, nonché codirettrice di un teatro.

E la famiglia?
Il rapporto con la madre era vitale e totalitario, mentre il rapporto con il padre non si ricucì mai.
Con la sua grande energia e la trascinante voglia di fare cercò di nascondere al mondo i traumi dell’infanzia e i dolori mai davvero sopiti.
Certe cicatrici, infatti, possono non rimarginarsi, fino a squarciarsi inaspettatamente.

Quando Aglaja si gettò nel lago a tutti fu chiaro che quel bambino che cuoceva nella polenta era una parte di lei.
Che l’orrore che aveva tentato di trasformare in arte, non aveva mai lasciato che il suo sguardo fosse limpido.

Di lei rimangono due romanzi e qualche racconto.
E il pensiero di chi, come me, l’ha amata subito dopo averla scoperta.

Aglaja Veteranyi ritratta nel 1994 da René Oberholzer

Perché il bambino cuoce nella polenta

Perché il bambino cuoce nella polenta è il suo romanzo più famoso.
Una prosa semplice, laconica, che diventa un fiume in piena e che tracima nelle riflessioni senza remore di una bambina che ha già vissuto e visto tanto, forse addirittura troppo.

Aglaja, fuggita con la famiglia dalla Romania, viaggia con il circo in cerca di una terra promessa.
Il racconto di questa nuova e stramba vita si alterna ai ricordi dell’estrema povertà di prima, quando c’era da stare in coda ore per recuperare un po’ di cibo o quando addirittura si arrivava a mangiare il proprio cane per sfamarsi.

Un orrore, direte voi.
Incantevole meraviglia, rispondono i lettori di queste pagine a volte così spoglie da togliere il fiato con una sola illuminante frase per foglio.

La fuga, l’esilio, la paura e i bizzarri rapporti familiari sono i punti cardine di questo romanzo che si beve come una pozione magica capace di incantare.
Poi, i sapori e gli odori della cucina, il rapporto con dio e con la morte, nel microcosmo della piccola Aglaja ci sono infinite domande e altrettante risposte.
Non mancano leggerezza e ironia, scudi con cui difendere un cuore impavido na sempre in allarme.

Se non siete pronti a farvi toccare il cuore dalle frenetiche mani di questa ragazzina, se non ve la sentite di aprirvi ai suoi occhi indagatori e non siete certi di non vergognarvi di fronte al suo corpo seminudo, vi perdete molto della bellezza di un’opera letteraria unica e meravigliosa.

La gente cerca la felicità come il nostro sangue cerca il cuore. Se il sangue non va più al cuore, l’uomo si secca, dice mio padre.
L’estero è il cuore. E noi il sangue.

E la nostra famiglia a casa?

un libro per chi: non ha paura della vita

autore: Aglaja Veteranyi
titolo: Perché il bambino cuoce nella polenta
traduzione: Emanuela Cavallaro
editore: Keller
pagg. 199
€ 15,50


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

1 commento

irene · 24 Marzo 2020 alle 18:38

Vere parole. Unica e meravigliosa.

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