Ci sono esordi che sembrano scritti da autori e autrici navigatə, all’ennesima prova letteraria dopo anni di riconosciuta e onorata carriera.
È il caso di Ciò che il silenzio non tace, primo romanzo di Martina Merletti, pubblicato da Einaudi, che rivela non solo una piena maturità stilistica ma anche una sapiente capacità narrativa, mescolando Storia e immaginazione per dare vita a una trama assolutamente convincente.
Il libro sarà protagonista dell’incontro del prossimo 5 maggio del gruppo di lettura Absolute Beginners.

Ciò che nel silenzio non tace

Torino, carcere “Le Nuove”, 1944.
Una coraggiosa suora, pronta a tutto per aiutare chi ne ha bisogno, stringe tra le mani un nenonato e una pezzetta di cotone intrisa di vino, utile ad addormentare quella piccola e indifesa creatura, per facilitarne la fuga dalla prigione.
Elda, la madre, si affida alla buona volontà di suor Giuseppina per salvare il piccolo Libero da morte certa.
Di lì a poco, sarà trasferita su un treno diretto verso un campo di concentramento, lasciando alle proprie spalle il compagno Alfio, come lei reo d’essere dalla parte giusta della Storia, contro gli assassini fascisti e nazisti.

Torino, 1999.
Aila ha scoperto da poco il segreto che sua madre Elda ha portato dentro di sé per anni, nascondendolo a tutti come invece non aveva potuto e voluto fare con i numeri che portava tatuati sul braccio: da qualche parte c’è un fratellastro maggiore che non ha mai conosciuto, salvato da una suora in tempo di guerra.
Elda ormai è morta, un’encefalite se l’è portata via.
Tra le numerose carte di una vita, Aila trova gli indizi per ricostruire l’accaduto, colmando i vuoti con una minuziosa ricerca, fino ad arrivare al nome di suor Emma.

Suor Emma aveva l’impressione di essersi dedicata per tutta la vita all’esercizio dell’accoglienza. Devota e costante, aveva messo al servizio del prossimo e di Dio il suo corpo la sua anima. Per questo era stato facile aprire la porta a quella giovane donna. D’altra parte, mettere a proprio agio gli altri, creare uno spazio di contenimento per la sofferenza altrui, erano perni fondanti di un lavoro che, non a caso, era arrivato a coincidere in maniera pressoché assoluta con il suo stare al mondo.

Suor Emma da qualche anno s’è ritirata nel suo paese natio, a pochi chilometri da Chivasso.
Conosce tutti lì a Montevicino e la domenica è solita fare colazione al bar di Fulvio, dove tutti i paesani prima o poi passano per fare quattro chiacchiere o bere qualcosa di caldo, che sia un cappuccino o un punch poco importa.
Tutto il paese si è stretto attorno a Fulvio e alla sua famiglia – la madre Teresa, la moglie Agnese, il figlio Giacomo -, perché il fratello maggiore Gilberto, anima senza catene, amante dei boschi e del vento sul viso, è da poco morto in un incidente stradale.

Il funerale era stato discretamente partecipato, il brusio era durato un paio di settimane. Poi tutto era tornato come prima: il paese aveva ripreso a rigurgitare pettegolezzi più frivoli, a nutrirsi di drammi minori. E Teresa si era sentita sollevata perché una come lei, che aveva speso gran parte delle proprie energie nella faticosa manutenzione delle apparenze, temeva che tutto quel vociare mandasse a monte il meticoloso lavoro di una vita: essere sulla bocca di qualcuno da che mondo è mondo non porta che guai.

È tra questi personaggi che si muove la fitta trama ricamata da Martina Merletti e nata da una visita all’ex carcere torinese, oggi museo tenuto in vita grazie all’attività dell’Associazione Nessun uomo è un’isola.
Partendo da un fatto di cronaca realmente accaduto – il salvataggio del figlio di una detenuta, compiuto da suor Giuseppina De Muro della congregazione Figlie della Carità, Madre Superiora della sezione femminile del Carcere – l’autrice intreccia la più triste Storia contemporanea d’Italia con personaggi di fantasia tra cui spicca senza alcun dubbio la figura di Teresa, madre di Fulvio e Gilberto, ormai ottantenne.
Una donna, una sartina dalle mani prodigiose, costretta durante la Seconda Guerra Mondiale a fuggire con il marito Domenico da una Torino bombardata e distrutta, ma mai disposta a prendere una vera posizione contro gli orrori perpetrati da fascisti e nazisti, in una sorta di protezione, prima di tutto mentale, necessaria a renderle meno difficile una vita di limiti e privazioni.
Una madre che per tutta la vita ha fatto i conti con l’incapacità di perdonare, soprattutto se stessa.

Si vergognava di aver agito nell’ombra pensando di poter scappare da sé stessa, certa di farla franca. Si vergognava non tanto di quello che aveva fatto, quanto di non essere stata abbastanza forte. Era arrabbiata per questo, terribilmente arrabbiata. Aver sbagliato nei valutarsi, essere costretta ad ammettere che stava perdendo, la riempiva di una collera nuova, meno appuntita, ma più profonda. A sporcare quella rabbia c’era poi un sentimento a cui lei non era abituata a dare un nome, un sentimento che i più avrebbero chiamato tristezza.

Alternando i ricordi di un tempo e le vicende più recenti, in un ritmo che inizialmente sorprende il lettore e lo invita a procedere lentamente, per non perdere nemmeno un dettaglio, Merletti dà forma a un romanzo che riesce a creare un legame più che credibile tra presente e passato, dimostrandoci ancora una volta che siamo ciò da cui proveniamo e che nessuno di noi puoi vivere davvero solo per se stesso.

Ciò che nel silenzio non tace è uno di quei libri che sanno essere memoria e, per questo, appartengono a tutti.
Da leggere.

Ciò che nel silenzio non tace di Martina Merletti

un libro per chi: sa che dietro ogni pietra si nasconde una storia

autore: Martina Merletti
titolo: Ciò che nel silenzio non tace
editore: Einaudi
pagg. 263
€ 18

Absolute Beginners

Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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