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Fortunato di Bruno Larosa

Articolo a cura di Paola Migliorino.

Coinvolgente sin dalle prime pagine come solo un giallo perfetto può esserlo, Fortunato di Bruno Larosa, pubblicato da Ronzani Editore per la collana Attravèrso, racconta le vicende giudiziarie di un uomo ingenuo e onesto, che si ritrova incarcerato per un tremendo, quanto frettoloso errore investigativo.

Fortunato

Accusato di essere un elemento di spicco di una ‘ndrina della locride, Fortunato Ardore, (nomen omen!) chiede l’aiuto professionale di Guido Castiglione, suo cugino e avvocato di spicco del Foro di Napoli.

Castiglione – che si era allontanato dalle aule dei tribunali, amareggiato per l’esito infausto di una causa da lui patrocinata, ma soprattutto per la situazione in cui versa l’intero sistema processuale italiano – accetta quindi l’incarico controvoglia, spinto solo dal desiderio di aiutare l’uomo di cui riconosce l’assoluta integrità morale.

…lo guardò dentro quella gabbia troppo grande e, allo stesso tempo, esageratamente piccola per contenere l’umanità di un solo uomo. Lo vedeva con tutta la miseria e l’ansietà di cui era capace. Pensò che ritenere Fortunato uno ‘ndranghetista era il classico esempio di memoria frazionata: frammentare l’esistenza di un uomo facendo emergere solo un piccolo, quasi insignificante episodio, erigendolo a verità di un’intera vita. Di Fortunato i posteri avrebbero ricordato solo quello, ed era quanto di più meschino il sistema giudiziario permettesse. Quel marchio che, seppur provvisoriamente, lo Stato gli aveva già appioppato, lo segnava definitivamente: era un boss della ‘ndrangheta.

L’avvocato Castiglione, vero protagonista della storia, viene paragonato dal giudice Schiller, giovane e virtuoso magistrato, a Carlo Augusto Dupin, personaggio nato dalla penna di Edgar Allan Poe per I Delitti della Rue Morgue, prototipo dell’investigatore dotato di un’incredibile capacità logico deduttiva, su cui verranno plasmati molti dei successivi maestri dell’indagine.

Castiglione è un uomo intelligente e sfiduciato, nauseato dai meccanismi della procedura italiana, fra l’altro ben conosciuta dall’autore, noto avvocato penalista. E proprio questa esperienza diretta e personale è la fiamma che anima il racconto delle vicende processuali di Fortunato, vicende che diventano pretesto per denunciare i contorti meccanismi che regolano i nostri Tribunali, purtroppo spesso avulsi dalla ricerca della verità.

L’avvocato, alter ego di Larosa, non esita infatti a descrivere la Magistratura come una casta, un circolo autoreferenziale, in cui tutti la pensano allo stesso modo e dove viene quindi meno lo scambio di diverse opinioni. I Giudici sono visti come espressione di un potere autoritario e arrogante, che non vuole il confronto, ma cerca la supremazia.

Se apparentemente il romanzo pare criticare la Magistratura, accusandola di fare di tutta l’erba un fascio, a emergere è in realtà l’amore dell’autore per il Diritto, una devozione che diventa evidente nelle pagine in cui descrive la perfezione della precedente procedura penale italiana, contrapponendola alle falle del rito accusatorio di stampo americano, in cui “ad alimentare quel sistema giudiziario” è “la paura piuttosto che la fiducia verso il giudice”. A sostegno del propria pensiero, l’autore introduce citazioni tratte da “Educazione di una canaglia” di Edward Bunker:

Compito del pubblico ministero non era quello di sostenere la colpevolezza dell’imputato, ma di scoprire e presentare al giudice la verità. Il fondamento filosofico è scoprire la verità, non sconfiggere un avversario… Anche le storture della mente umana sono parte integrante della ricerca della verità. La legge americana è una conseguenza del processo come forma di combattimento.

Un altro importante tema “civile” affrontato senza mezzi termini senza però mai scadere nella pesantezza che ci si potrebbe aspettare, riguarda la condizione del Meridione, la coesistenza nel medesimo territorio di Stato e mafie, la pacifica coabitazione fra criminalità e cittadini onesti, costretti – questi ultimi – dalla paura, ma anche dalla più banale, ma non meno per questo meno molesta, “abitudine” a condividere, anzi a convivere, in una sorta di colpevole silenzio, con gli artefici dell’arretratezza del Sud Italia.

Lo Stato dov’è? Chiede, punisce, perseguita ma quando qualcuno ha bisogno i suoi uomini si girano dall’altra parte. Sono stati loro i veri complici della ‘ndrangheta. Fino a quando gli ha fatto comodo li hanno tollerati quei criminali, ci si sono messi d’accordo. Ora hanno deciso che anche quelli che hanno subito, leccato per necessità e solo ubbidito, sono complici di quegli assassini, di quei ricattatori, dei mercanti di morte; dei parassiti della nostra terra. È troppo facile liberarsi delle proprie colpe in questo modo!

L’Avvocato Castiglione, mentre porta avanti la stesura della propria arringa difensiva, non manca di evidenziare l’assenza di una letteratura di denuncia civile, ammonitrice, alla Sciascia, per intenderci.
Non pochi argomenti per un genere, il giallo, che di solito viene considerato una lettura di mero svago e che qui diventa occasione di denuncia.

Riuscirà l’Avvocato, in questo sistema così difficile, a far scagionare Fortunato?

Fortunato di Bruno Larosa

un libro per chi: ama i gialli, soprattutto quando sono anche storie di denuncia

autrice: Bruno Larosa
titolo: Fortunato
editore: Ronzani Editore
pagg. 352
€ 17