Siete le stesse persone di dieci, venti, trent’anni fa, quando eravate adolescenti e guardavate al futuro come a qualcosa di ancora lontano e tutto da costruire?
È questa la domanda che vi sorgerà spontanea leggendo Gli anni invisibili, romanzo del boliviano Rodrigo Hasbún pubblicato da Sur, con la traduzione di Giulia Zavagna.

Gli anni invisibili

Ladislao ha diciassette anni e sogna di fare il regista.
Non come il sovrastimato Spielberg ma piuttosto come Cassavetes e Jarmush, autori di un cinema verità a misura d’uomo, spesso dedicato a chi vive ai margini senza essere protagonista di chissà quali incredibili storie.

Mentre è intento a scegliere l’ennesima videocassetta da guardare, Julian incontra Joan, la giovane ed estroversa professoressa d’inglese arrivata da San Francisco a Cochabamba, cittadina della Bolivia centrale.
Un incontro casuale che si trasforma ben presto in una relazione amorosa e sessuale.

Andrea ha la stessa età di Ladislao e ha appena scoperto di essere incinta.
Il padre di quello che ancora non è un vero bambino è il suo ragazzo Humberto, sul quale però l’adolescente nutre molti dubbi.
Ne è mai stata innamorata? Ha ancora voglia di stare con lui?
L’unica certezza è che la maternità può attendere, per questo Andrea sceglie di abortire e lo fa senza appoggiarsi alla famiglia e agli amici, convinta che la solitudine la renda più forte.

Il professore continua a fare lezione come se niente fosse. Non parla della pecora Dolly, né delle possibilità scientifiche della clonazione, né di ciò che potrebbe verificarsi da questo momento in poi. Parla di cellule e molecole. In senso astratto, separandole dalla vita e dalla morte. Ma la vita e la morte sono l’unica cosa che importa, pensa Ladislao, e di questo e nient’altro che questo che dovrebbero parlare. Della vita e della morte e delle trasformazioni che avvengono tra l’una e l’altra, e del desiderio e dell’amore e degli effetti che hanno sui loro corpi, e delle reazioni chimiche scatenate dalla risata della donna che ami e delle reazioni chimiche scatenate dalla risata della donna che ami quando è qualcun altro provocarla. Se non siamo cani o pietre che cosa siamo? Di questo dovrebbero parlare in quel momento, di ciò che li distingue dai cani e dalle pietre, e di cosa dice la scienza sul loro destino.

Il mondo di Ladislao, Andrea, Humbertito e degli altri ragazzi del gruppo è fatto di lezioni a scuola, di pomeriggi passati a cazzeggiare, di feste alcoliche e serate brave, ed è lo stesso mondo di molti di quei ragazzi di buona famiglia senza particolari problemi economici, la cui vita scorre nell’attesa che qualcosa di grande – bello o brutto – cada dal cielo, a colpirli nella loro viziata inerzia.

È lo stesso mondo di Julian, il migliore amico di Ladislao, che più di vent’anni dopo racconta in un libro i fatti che sconvolsero la loro adolescenza, distruggendone l’incanto e trasformandola in una piaga impossibile da suppurare.

Credevo che scrivendo di quel periodo me ne sarei liberato, che avrei alleggerito il peso di quegli anni invisibili, ma spesso sento che è successo proprio il contrario.

Un libro che, ancora in bozza, finisce nelle mani di quella che conosciamo come Andrea, oggi disfatta dalla vita e dai troppi bicchieri d’alcool, con gli occhi nascosti dietro grandi occhiali da sole e un fiume di brutali parole da far scorrere senza remore.
Ventuno anni dopo la festa che cambiò la vita di tutti, Julian e Andrea di ritrovano faccia a faccia a Houston, Texas, dove il primo è andato a vivere, lasciando indietro gli amici di un tempo e quel fardello chiamato passato.

Forse non è così grave che le cose non durino né che la bellezza sia facile da guastare. Forse non è così grave che spesso finiamo per voltare le spalle alle persone che più amiamo.

Rodrigo Hasbún fa parlare i suoi personaggi con la spietatezza tipica dei ragazzi che non sanno ancora mentire, in una società che li vorrebbe conformi al politicamente corretto.
Una spietatezza che Andrea non ha mai perduto e che si ritrova nelle critiche che muove a Julian; in quel suo modo di distruggerne ogni possibilità di redenzione c’è il dono – o forse la condanna – di essere una lente d’ingrandimento che sa ben mettere a nudo le difficoltà dell’essere adulti, soprattutto quando qualcosa è andato storto negli anni della formazione.

Anni che spesso la cultura pop disegna emozionanti, spensierati e gioiosi, pieni di amore, di sogni e buone intenzioni, ma che per molti di noi sono invece stati carichi di drammi, di solitudine, di scelte sbagliate, di labirinti senza uscita.

… ecco cosa mi dice: Non diventiamo migliori con il tempo, questa è una bugia. Ma è una bugia anche pensare che fossimo migliori prima. Né una cosa né l’altra. E non importa se non lo capisci perché non lo capisco nemmeno io. Mi dice: Le seconde opportunità esistono solo nel film di quarta o quinta categoria. Mi dice: Solo noi possiamo vedere noi stessi. Quelli che verranno dopo non ci vedranno, non sapranno un cazzo di noi.

Gli anni invisibili è un romanzo sconvolgente, potente e crudele, che sa togliere il fiato e affascinare il lettore al punto da rendergli impossibile staccarsene prima della fine.
Un libro che può fare molto male, diventando così una lettura di cui non si può davvero fare a meno.

Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún

un libro per chi: ricorda con disagio gli anni dell’adolescenza

autore: Rodrigo Hasbún
titolo: Gli anni invisibili
traduzione: Giulia Zavagna
editore: Edizioni Sur
pagg. 185
€ 16,50


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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