Il progetto Lebensborn, voluto da Heinrich Himmler, è il cuore oscuro da cui prende forma I bambini di Himmler di Caroline De Mulder: case d’accoglienza destinate a donne ariane incinte di uomini “puri”, incubatrici ideologiche pensate per generare figli perfetti, futuri soldati del Reich. Un’utopia perversa che il romanzo smonta dall’interno, restituendone tutta la violenza nascosta dietro la facciata assistenziale.
I bambini di Himmler
Quando lui fa il suo ingresso, scortato dal dottor Ebner, Helga trattiene il fiato. I due uomini, in alta uniforme, scambiano qualche parola che si perde nella musica di Schubert, finché Die Unvollendete sfuma, si interrompe.
Il Reichsführer si rivolge alle care, carissime madri dell’Heim e alle care Schwestern: – Che gioia essere qui, e poter festeggiare insieme a voi questi bambini, il nostro futuro.
De Mulder costruisce la narrazione su tre voci che si intrecciano con precisione chirurgica.
C’è Renée, giovane francese incinta di un soldato tedesco, già marchiata dall’umiliazione e dalla colpa, che approda all’Heim Hochland come a un rifugio ambiguo. C’è Helga, infermiera poco più che ventenne, devota alla causa, persuasa di partecipare a un progetto umanitario. Infine Marek, deportato polacco proveniente dal campo di concentramento di Dachau, ridotto alla fame e alla fatica, costretto a lavorare all’ampliamento della struttura che accoglierà anche bambini sottratti con la forza a famiglie non tedesche ma ritenute “recuperabili”.
Tre prospettive che non si limitano a raccontare: si contraddicono, si incrinano, svelano.
Attraverso la quotidianità dell’Heim, il romanzo illumina il ruolo femminile nel nazismo: la donna è corpo utile, strumento biologico, madre obbligata. Essere moglie, amante e soprattutto generatrice diventa un dovere politico. In questo scenario si inserisce la vicenda di Frau Geertrui e del piccolo Jürgen, neonato fragile che non riesce a nutrirsi. Allontanato secondo protocollo, viene trasferito in un’altra struttura, dove morirà. Ma di quale morte si tratta davvero? Naturale o indotta in nome della purezza? È qui che il dubbio si insinua in Helga, incrinando la fede cieca: dietro il linguaggio della cura si nasconde qualcosa di irrimediabilmente disumano.
Non vado fiera di quello che sono o sono diventata, ma non riesco a capire esattamente cosa ho fatto di sbagliato. Né mi capacito del malessere che mi assale da quando Jürgen è morto. Come una sensazione di tradimento.
L’autrice non indugia sempre nella descrizione esplicita: spesso la crudeltà è suggerita, filtrata, e proprio per questo più perturbante; quando però esplode, lo fa con una forza che ferisce. La scrittura è limpida, essenziale, talvolta tagliente, capace di restituire il ritmo accelerato di una guerra che si avvia verso la sconfitta tedesca, mentre dentro le istituzioni del regime si consumano tragedie silenziose.
Se abbiamo fatto la cosa giusta, perché distruggiamo gli archivi?
Questo è un romanzo che parla al presente.
Le ossessioni identitarie, il mito della purezza, il controllo sui corpi femminili purtroppo non appartengono solo al passato. Il riferimento a retoriche contemporanee – come quelle rilanciate negli Stati Uniti da Donald Trump sulla rinascita dei “veri americani” – rende la lettura ancora più inquietante.
I bambini di Himmler ci ricorda quanto facilmente un’idea di protezione possa trasformarsi in un meccanismo di esclusione e violenza, quando a guidarla è l’ideologia estremista.

un libro per chi: non ha paura di guardare nel pozzo senza fondo dell’orrore
autrice: Caroline De Mulder
titolo: I bambini di Himmler
traduzione: Simona Mambrini
editore: Einaudi
pagg. 239
€ 18.50

