Articolo a cura di Paola Migliorino.

Il giardiniere – romanzo d’esordio di Jonathan Evison, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice SEM – si legge correndo, ma senza affanno, come se raccontasse le vicende più o meno felici di una normale famiglia americana. Ma, forse proprio perché già da un bel po’ di anni non esiste più la cosiddetta “normale famiglia americana”, la storia non è idilliaca e i luoghi in cui si svolge ne sono l’emblema.

Il giardiniere

Se la vita ti regala merda, usala come fertilizzante.

Mike Munoz è prima un bambino e poi un giovane uomo di origine messicana, cresciuto in un quartiere fatiscente di Suquamish, piccola cittadina nello stato di Washington, di cui talvolta si vergogna.
Suquamish è anche il nome di un’antica tribù di nativi americani, che nulla c’entra con la nostra vicenda se non perché il luogo è, almeno in parte, una riserva indiana, con tutti i necessari orpelli: fame, sporcizia, povertà, alcolismo e persino il casinò; forse la città non è tutta così, ma gli spazi in cui si muove Mike purtroppo sì.

Nonostante questa triste ambientazione, riusciamo a seguire Mike lungo il percorso della sua vita sfigata sempre con il sorriso sulle labbra, perché il linguaggio e l’ironia di Evison rendono leggero e gradevole anche il più misero destino.

Per quasi un mese io, Nate e la mamma dormimmo nella Astro color marrone verdastro dell’87. Mangiavamo spaghetti freddi direttamente dal barattolo, leggevamo alla luce della torcia resa opaca dalla condensa del fiato e ci facevamo la doccia una volta la settimana nella toilette del parco nazionale. Vorrei poter affermare che fu un’avventura, almeno per i primi giorni, ma mentirei. Fu un’esperienza terrificante fin da subito.

I temi della povertà e della vita dei migranti, non solo messicani, vengono affrontati ne Il giardiniere con semplicità; anzi, forse non vengono nemmeno “affrontati” ma semplicemente raccontati, dati per scontato, come una realtà imprescindibile che fa da sfondo alla nostra storia.
Esiste tutta una generazione di mezzo, composta da nati negli Stati Uniti ma pur sempre figli di immigrati, e come tali destinati a svolgere i lavori più umili, a raccogliere merda di cane dai giardini dei ricchi, senza trovarci in fondo nulla di strano.

Come non pensare al nostro caporalato, alla realtà di alcune nostre regioni, come l’ormai tristemente nota Calafrica, in cui, per il semplice fatto di essere nero, sei costretto a lavori usuranti e malpagati?

Dopotutto la maggior parte di noi è costretto a tosare il prato di qualcun’altro, e la maggior parte di noi non si può permettere di girare il mondo o di vivere a New York. Molti di noi hanno la sensazione che il mondo, nella migliore delle ipotesi, ci mostri il dito medio, quando non ci prende direttamente a calci in faccia con degli stivali con la punta di ferro. Senza contare che in generale ci sentiamo tutti impotenti. Motivati, ma impotenti. Divertiti, ma impotenti. Informati, ma impotenti. Fugacemente appagati, prevalentemente al verde, a volte speranzosi, ma fondamentalmente impotenti. E incazzati. Non dimentichiamolo.

Mike, raggiunti ormai i vent’anni, vive ora in una roulotte nella riserva, con la madre che si ammazza di lavoro in un bar, il fratello Nate, disabile, e uno strambo compagno della madre che fa da padre a entrambi i ragazzi, visto che quello vero, alcolizzato, li ha abbandonati da tempo.

Mike – guai a chiamarlo Miguel! – lavora come giardiniere, cioè tosa i prati dei ricchi abitanti dei quartieri vicini, ma in realtà è un vero genio dell’arte topiaria, sa cioè modellare le siepi realizzando opere effimere e divertenti.
Non solo artista del verde, legge anche tantissimo, prendendo i libri in prestito dalla biblioteca, e coltiva in segreto il sogno di scrivere un giorno il “Grande romanzo americano del giardinaggio”.

Perso il lavoro, riesce a ottenerne un altro che sembra concedergli un po’ più di serenità.
E così la sua vita prosegue più o meno tranquilla, tra una sfortuna e l’altra, senza che lui mai si arrenda allo squallore e al compromesso, convinto che arriverà il giorno della sua rivalsa e che troverà finalmente quello spazio tutto suo che da qualche parte lo attende, la sua Disneyland, il posto più felice sulla terra.

Il fatto è che ovunque volgessi lo sguardo c’era qualcuno che mi aveva aiutato. Volendo fare una valutazione onesta, tutta la mia fortuna la dovevo a qualcun altro. Eh sì, mi rendo conto che non stiamo parlando di milioni. Ma era il mio patrimonio e io ero profondamente grato a chi mi aveva aiutato a costruirlo. Il mio senso di gratitudine, però, riguardava molte altre cose. Ero grato di avere una famiglia come la mia, della mia buona salute, delle lattine di birra da ½ litro. Ero grato al primo benedetto uomo delle caverne che aveva alzato gli occhi alle stelle e si era fermato a guardarle… Voglio aggiungere che chi si attribuisce tutto il merito delle sue conquiste, chi si erge a eroe delle sue storie, è solo un bugiardo. Ne sono convinto. Nessun uomo è un’isola.

Il New York Times ha paragonato Mike Munoz al giovane Holden Caulfied di Salinger, probabilmente per la descrizione del difficile passaggio all’età adulta e per il rifiuto delle ipocrisie che caratterizzano la maturità.
Ebbene, senza addentrarci in profonde analisi letterarie, è innegabile che Mike risulti molto più simpatico e divertente dell’incostante e saccente ragazzo newyorkese. E soprattutto semplice, capace di pensieri buoni, positivi e lineari.

Infine, temi scottanti – come la critica al capitalismo – sono qui accennati con grazia, come spiegati ai bambini, e, forse proprio per questa delicata leggerezza, non lasciano l’amaro in bocca ma la gradevole sensazione di potercela fare.
Come non chiudere quindi con un messaggio positivo, con una citazione nella citazione?

E quindi, chiunque siate, qualunque sia il vostro cognome o il vostro luogo di provenienza, le vostre preferenze sessuali e gli ostacoli che vi trovate davanti, ricordatelo sempre: voi siete grandi. Come dice il poeta, voi contenete moltitudini.

Il giardiniere di Jonathan Evison

un libro per chi: sogna ancora il Grande Romanzo Americano

autore: Jonathan Evison
titolo: Il giardiniere
traduzione: Marta Salaroli
editore: SEM Società Editrice Milanese
pagg. 332
€ 17


Paola Migliorino

Mamma di tre adolescenti e un cane, lavoratrice a tempo pieno e moglie stressata. Anche se si reputa giovane, Paola è una lettrice vecchia maniera: ama la carta, l’odore di un libro nuovo, le copertine coinvolgenti e le prefazioni. Siciliana di stanza a Milano, grazie ai libri viaggia nello spazio e nel tempo, senza limiti o barriere. Spesso, infatti, un libro la porta verso un altro, in una sequenza di passi del tutto casuale.

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