Elizabeth von Arnim esordì in anonimato nel 1898 con Il giardino di Elizabeth, un romanzo pubblicato in Italia da Fazi, che ha il profumo delle fioriture primaverili e il tono arguto di una donna decisa a non prendersi troppo sul serio. Dietro la sua apparente leggerezza, però, il libro nasconde una grande intelligenza e uno sguardo sorprendentemente moderno sulla condizione femminile.
Il giardino di Elizabeth
La protagonista, alter ego dell’autrice, è Elizabeth, una ricca signora sposata con quello che lei chiama, con irresistibile ironia, l’Uomo della Collera. Appartenente a una famiglia aristocratica e proprietario del convento in Pomerania nel quale la donna si trasferisce con le tre figlie – quella di aprile, quella di maggio e quella di giugno -, il marito sembra incarnare alla perfezione tutto ciò che Elizabeth sopporta con pazienza e una buona dose di divertita rassegnazione.
Il vero grande amore della protagonista, infatti, non è lui, ma il giardino del convento.
Il romanzo è costruito come un diario e segue Elizabeth nell’arco di un anno, accompagnando il trascorrere delle stagioni con quello della sua vita. Il giardino è un vero personaggio, che cresce, cambia, fiorisce e si prepara ad affrontare il freddo proprio mentre cambiano gli stati d’animo della sua proprietaria. Elizabeth deve anche confrontarsi con i diversi giardinieri che si succedono ai suoi ordini e con le loro idee, non sempre coincidenti con le sue, su come rendere quel luogo finalmente bello e rigoglioso. Le fioriture, gli alberi, i colori e il mutare della luce diventano il linguaggio attraverso il quale Elizabeth esprime ciò che prova e ciò che desidera.
Per chi ama fiori e piante, le descrizioni del giardino sono una vera delizia; per chi invece considera il verde un semplice ostacolo tra sé e una bella pavimentazione di cemento, potrebbero apparire talvolta un po’ pedanti e ripetitive. Questa insistenza, però, ha un significato: il giardino è il luogo nel quale Elizabeth può finalmente essere se stessa.
I tulipani li amo più di ogni altro fiore primaverile; per me sono l’incarnazione della prontezza sorridente, della grazia ordinata e precisa; accanto ai giacinti sembrano una ragazza sana e appena uscita da un bagno rinfrescante vicino a una matronale signora che con ogni movimento riempie l’aria di una greve fragranza di patchouli. Il profumo dei tulipani invece è leggero e delicato, l’essenza della raffinatezza.
La briosità della protagonista è irresistibile. Con quella che potremmo definire una intelligente frivolezza, riesce spesso a ottenere ciò che vuole senza mai dare l’impressione di combattere una battaglia. In un’epoca nella quale a una donna di buona famiglia erano sostanzialmente assegnati i ruoli di moglie e madre, Elizabeth rivendica silenziosamente qualcosa di molto più prezioso, il diritto di avere un proprio spazio, fisico ed emotivo.
La frenesia di stare sempre in compagnia e la paura di rimanere soli sia pure per poche ore, non la capisco proprio. Io riesco a intrattenermi benissimo con me stessa per settimane di fila senza quasi accorgermi di essere sola se non per il senso di pace che mi pervade.
La nostra protagonista ama stare da sola, ama il silenzio, ama il tempo trascorso nel proprio giardino, e non sembra affatto intenzionata a considerare la solitudine una condizione da cui debba essere necessariamente salvata.
È particolarmente divertente quando si trova costretta a frequentare le signore dell’alta società. Non ha bisogno di contraddirle apertamente, ma lascia semplicemente che credano ciò che preferiscono, per esempio che sia stato il marito a relegarla in campagna, lontana dalla città. È uno dei tanti momenti nei quali emerge l’astuzia dell’autrice; Elizabeth, infatti, non ha alcuna necessità di spiegare agli altri ciò che davvero pensa.
Il marito è un personaggio che, visto con gli occhi di Elizabeth, diventa quasi una caricatura.
L’Uomo della Collera è petulante, saccente, incline ai silenzi e convinto, naturalmente, di avere sempre ragione. Elizabeth lo sopporta con una rassegnazione che non è mai completamente rassegnata. Leggendo le sue parole, sembra quasi di sentire nei suoi pensieri un continuo, divertitissimo: «Sì, sì, va bene…».
L’ironia con cui la protagonista racconta il marito è una delle armi più efficaci del romanzo. Non c’è bisogno di grandi ribellioni, basta uno sguardo, una frase, un commento apparentemente innocente per ridimensionare l’Uomo della Collera e restituirgli tutta la sua pomposa insignificanza.
Il giardino di Elizabeth non è però un libro che possa essere letto senza tenere conto dell’epoca in cui è stato scritto.
Alcuni passaggi oggi possono risultare difficili da digerire, come la violenza esercitata sui domestici, il classismo, alcune considerazioni sulla condizione femminile e persino certi consigli che Elizabeth rivolge alle sue figlie, che appartengono a una società profondamente diversa dalla nostra.
Questo non significa doverli accettare o giustificare, ma leggerli per ciò che sono, come testimonianze di un determinato contesto storico e sociale. Del resto, proprio osservando quel mondo possiamo comprendere meglio quanto sia significativo il desiderio di indipendenza di Elizabeth.
Una volta ho espresso tutto il mio orrore per quelle povere creature che si rimettono al lavoro dopo il parto come se non fosse accaduto nulla, ma l’Uomo della Collera mi ha informato che le braccianti non soffrono perché, come le madri e le nonne prima di loro, non portano il corsetto.
La parte più divertente arriva quando due personaggi femminili completamente diversi tra loro alloggiano nella dimora di Elizabeth: l’amica di vecchia data Irais e la giovane studentessa inglese Minora.
Irais conosce Elizabeth abbastanza bene da poter condividere con lei quella particolare forma di ironia che permette di commentare il mondo senza prenderselo troppo sul serio. Minora, al contrario, è presuntuosa, piena di certezze e intenzionata ad annotare tutto ciò che vede.
Il risultato della convivenza di questo terzetto è irresistibile.
Irais e Elizabeth osservano Minora con una curiosità divertita e una certa dose di perfidia, mentre la ragazza sembra non accorgersi di essere diventata il bersaglio delle loro battute. Il contrasto fra le tre donne produce alcune delle pagine più spassose del libro, soprattutto quando Minora cerca di imporre alle sue ospiti le proprie abitudini e le proprie idee.
Von Arnim dimostra qui una notevole capacità di ridere anche di sé stessa e del mondo al quale appartiene.
Non a caso, un altro degli episodi più riusciti è quello nel quale Elizabeth, spinta dalla nostalgia, torna nei luoghi della propria infanzia. Quella che dovrebbe essere una tranquilla rievocazione del passato si trasforma in un’avventura decisamente poco adatta a una signora del suo rango, ed è proprio qui che emerge un altro tratto fondamentale della scrittura di von Arnim, un’autoironia che non può che conquistare chi legge.
Elizabeth può essere intelligente, ricca, privilegiata e perfettamente consapevole della propria posizione sociale, ma non per questo si considera infallibile e, consapevole dei propri limiti, non ha paura di apparire ridicola.
Il giardino di Elizabeth è solo in apparenza un romanzo su un giardino, perché è soprattutto un memoir sulla libertà, sulla necessità, per una donna, di trovare almeno un piccolo spazio nel quale poter decidere, pensare, respirare e stare da sola. Elizabeth trova questo spazio tra gli alberi, nei sentieri che fa tracciare, nei fiori che desidera vedere sbocciare anche quando la stagione sembra non concederlo.
E mentre il giardino cresce, cresce anche lei.

un libro per chi: vuole iniziare a conoscere Elizabeth von Arnim, un’autrice brillante, spiritosa e ancora sorprendentemente attuale, che meriterebbe davvero di essere riscoperta
autrice: Elizabeth Von Arnim
titolo: Il giardino di Elizabeth
traduzione: Sabina Terziani
editore: Fazi
pagg. 179
€ 16.50

