Con C’era una volta un passero avevo colmato l’ingiustificabile ignoranza nei confronti di Alejandra Costamagna, scrittrice cilena di straordinario talento.
Tornata ora in libreria con il romanzo Il sistema del tatto, ancora una volta pubblicato da Edicola Ediciones, l’autrice si conferma una delle voci latinoamericane da seguire e amare.

Il sistema del tatto

La sera prima ha staccato i ritratti dai muri. Quello di Nelida e quelli dei parenti. Li ha posati faccia in giù, insieme alla fotografia del bambino che sarà suo padre. Se non può vedersi in uno specchio, non vuole che nemmeno gli altri la vedano. Sparire definitivamente tutti insieme.

Che cos’è casa?
Il luogo in cui viviamo? Quello da cui proveniamo? La famiglia in cui siamo cresciuti? Quella che abbiamo scelto?
Ania questo proprio non lo sa. In nessuno di questi luoghi si è mai sentita veramente integrata, compresa, profondamente amata.

Ha da poco perso il lavoro come maestra e la sua vita pare più un atto di semplice sopravvivenza, in cui galleggia sospesa senza arte né parte, insoddisfatta di ciò che fa e di ciò che è.

Nel tema che aveva fatto rizzare i capelli alla direttrice un animale baldriva e Ania pensò alla strana suggestione di quel suono: un belato o un bramito che perforava l’aria come un trapano. Lei, a essere sincera, tramava favolose le invenzioni linguistiche degli alunni. Pensava che le parole avessero pieghe nascoste e occupassero il confine tra la pelle e il mondo.

Su richiesta del padre, con cui mantiene un rapporto dolorosamente superficiale, Ania lascia il Cile per recarsi al capezzale di Augustín, il cugino argentino con cui aveva trascorso brevi sprazzi di gioventù, condividendo alcune letture horror e le difficoltà d’essere bambini in una terra difficile.

La loro è una famiglia guasta, priva di afflati di libertà e portatrice di pesanti fardelli, che Ania sente di non voler alimentare con nuovi discendenti, rifiutandosi di diventare madre.

C’è un senso di colpa strano che si insedia in lei. Come se una parte di responsabilità nell’estinzione della famiglia fosse sua. La cugina vorrebbe avere dei figli, perpetuare la specie, mettere su famiglia, lasciare una traccia. Vede correre l’orologio biologico e si preoccupa: sto perdendo il treno, cugina. Ania, invece non vuole riprodursi, non vuole salvare nessuno. Tutt’al più una farfalla ferita da un parabrezza.

È il ricordo di Nelida, creatura fragile e malinconica smarritasi tra il Piemonte delle radici e l’Argentina del nuovo inizio, a riaffiorare in Ania, costringendola a ratificare nuovamente il suo essere inadeguata come un pesce fuor d’acqua, la sua convinzione di non appartenere a questa o a quella terra, anima senza pace e priva di solide fondamenta.
Nella morte di Augustín può forse essere nascosta l’opportunità di capire? Di dare un senso al suo sentirsi inappropriata come figlia, compagna, madre, cilena, argentina, piemontese?

Li chiamano corpi. Da un minuto all’altro smettono di essere persone e diventano corpi. Guardare le pupille, esitare, posare la mano su un cuore che non batte più, averne conferma. Chiamare gli infermieri, le guardie di sicurezza, il tizio della reception. Dir loro che è finita. Guardare per l’ultima volta il corpo di Augustín, lasciare che lo portino via. Firmare dei documenti.

In una scatola di latta ritrovata nella casa della prozia Nelida, Ania scopre fotografie, scritti, stralci di un manuale per migranti, taccuini zeppi di appunti per imparare a dattilografare, inclusa un’annotazione sul sistema del tatto, il metodo che consente di scrivere a piene mani senza guardare mai la tastiera.
Una metafora del guardare avanti senza particolari preoccupazioni, dando fiducia a se stessi e al proprio talento nel far scorrere la vita ignorando gli errori commessi.
È forse questo il segreto per fare i conti con il passato e dare un’opportunità al futuro?

Le piacerebbe fare delle aggiunte al manuale di Nelida. Delle avvertenze: non entrare in competizione con il cane o con la moglie di suo padre, non si cerchi nelle fotografie appese alle pareti altrui, non viva la vita degli altri, non aspetti i morti dove nessuno li ha chiamati, si procuri un giardino e lo annaffi ogni sera, non consideri le montagne come incidenti geografici ma come diramazioni biografiche, pianga dei funerali altrui quanto ai propri, soprattutto ai propri, salga al piano di sopra come chi scala una vetta. Questo deve fare: trovare il coraggio di salire di sopra e confrontare il ricordo con la rovina.

Nonostante sia evidente l’urgenza della scrittura, del far fluire le parole come in una confessione sul finire del mondo, non c’è una sola parola di troppo ne Il sistema del tatto ed è questo uno dei grandi tratti che distinguono Alejandra Costamagna, scrittrice capace di far fluttuare il lettore in un mare di nostalgici ricordi senza però mai appesantirne l’anima.
Magnifico e assolutamente complementare alla narrazione è l’espediente di inserire nel testo fotografie antiche, immagini di vecchie lettere e brani di appunti, utili a rendere ancora più vivida questa storia che contrappone la necessità di non perdere il proprio mondo ancestrale e il bruciante desiderio di spezzare le catene per prendere il volo verso la libertà.

Un romanzo breve che si rivela essere un vero capolavoro.
Da leggere.

Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna

un libro per chi: non ha ancora fatto i conti con le proprie radici

autore: Alejandra Costamagna
titolo: Il sistema del tatto
traduzione: Maria Nicola
editore: Edicola Ediciones
pagg. 184
€ 15


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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