Articolo a cura di Paola Migliorino.

Utopia, nuova e coraggiosa casa editrice, ha pubblicato lo scorso settembre una nuova curatissima edizione di La famiglia di Pascual Duarte, il romanzo dello scrittore spagnolo Camilo José Cela, premio Nobel per la letteratura nel 1989 (“per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell’uomo”).
Nel risvolto di copertina, Gerardo Masuccio, fondatore e editor di Utopia, afferma di aver preferito, al biasimo iniziale, la sospensione del giudizio perché ciascuno di noi si conosce fino al punto esatto in cui la vita lo ha messo alla prova. Tanto basta.

La famiglia di Pascual Duarte

Il romanzo ha la forma di una lunga confessione scritta, inviata dal protagonista Pascual Duarte a don Joaquin Barrera Lopez, amico di un uomo da lui assassinato, quasi a giustificare, con il triste racconto della propria vita, l’atrocità del gesto commesso.

Io, signore, non sono cattivo, sebbene non mi manchino le ragioni per esserlo. Tutti i mortali si nasce di una stessa pelle e tuttavia, mentre andiamo crescendo, il destino si compiace di modellarci variamente come se fossimo di cera e ci obbliga per diverse vie alla stessa meta: la morte.

Tutto nel racconto della vita di Pascual suscita repulsione: la casa è sporca e deprimente, tutti gli ambienti sono opprimenti; riga dopo riga pare quasi di sentire il tanfo della stalla o dell’acqua putrida del torrente, il fetore delle carogne degli animali gettate nel burrone.

I genitori di Pascual sono due esseri spregevoli e violenti, sporchi e spesso ubriachi, raccapriccianti anche nell’aspetto, oltre che nella totale mancanza del benché minimo gesto di affetto o di premura per i figli, eccezion fatta per lo speciale rapporto che lega il padre a Rosario, la sorella minore di Pascual, unica figura di rilievo in questa triste famiglia, o, come lui stesso la definisce, l’unico affetto sincero.
Ma il torto più grande commesso dai genitori nei confronti di Pascual è l’averlo privato dell’istruzione, cioè dell’unica possibilità di riscatto da un destino di miseria e peccato.

Anche il matrimonio, per quanto inizialmente fonte di piacere e appagamento, si rivela presto una trappola da cui fuggire, per cercare forse di dimenticare l’unica cosa bella di una vita tanto infelice: la morte del figlioletto di nemmeno un anno.

Man mano che si procede nel racconto, si susseguono i dolori e aumenta il senso di disgusto per le vicende e i personaggi: tutti sono malvagi, persino i bambini che si divertono a torturare i gatti appena nati; il sentimento prevalente è quindi la sfiducia totale nell’ umanità, il non credere nella possibilità del bene, in una sorta di pessimismo tragico e senza ritorno.

Ci toccherà fuggire; fuggire lontano dal paese, in un luogo dove nessuno ci conosca, dove possiamo incominciare odiare con nuovi rancori. L’odio sta anni e anni in incubazione; uno non è più un ragazzo e quando l’odio sarà cresciuto e ci avrà soffocato le forze, la nostra vita se ne sarà andata via. Il cuore non albergherà più altro fiele, e anche queste braccia, senza più forza, cadranno…

L’unico essere puro è forse proprio Pascual, estremo ma sincero nei suoi sentimenti di amore o di odio, indotto all’imbarbarimento crescente dalle disgrazie della sua vita misera, ma in fondo desideroso di riscatto e serenità. E la serenità verrà raggiunta solo con la morte, a lungo attesa e rappresentata come completamente normale e infelice.

Niente puzza come la piaga lasciata nella coscienza da un passato peccaminoso, come lo strazio di non poter uscire dal male mentre dentro di noi si va imputridendo questo ossario di speranze morte sul nascere, che ormai da tanto tempo costituisce la nostra triste vita!…

Avvolti dal ritmo incalzante e un po’ antico della narrazione di Cela – erede, per certi versi, del verismo di Verga e del naturalismo di Zola – giungiamo rapidamente alla fine del racconto, senza nemmeno poter sperare che accada qualcosa di bello, che almeno un barlume di luce scaldi quella misera vita, dato che sin dall’inizio è chiaro che non giungerà mai il riscatto e che tutti gli eventi condurranno Pascual verso la sua fine inesorabile.

Non può non lasciare una forte impressione la lettura di queste pagine scritte da un uomo che forse ai più appare come una iena… sebbene a sondare la sua anima si potesse intuire che altro non era che un mansueto agnello, atterrito e aizzato dalla vita.

un libro per chi: riesce a vedere l’anima dietro l’orrore.

autore: Camilo José Cela
titolo: La famiglia di Pascual Duarte
traduzione: Salvatore Battaglia
editore: Utopia
€ 16

Categorie: Leggiamo

Paola Migliorino

Mamma di tre adolescenti e un cane, lavoratrice a tempo pieno e moglie stressata. Anche se si reputa giovane, Paola è una lettrice vecchia maniera: ama la carta, l’odore di un libro nuovo, le copertine coinvolgenti e le prefazioni. Siciliana di stanza a Milano, grazie ai libri viaggia nello spazio e nel tempo, senza limiti o barriere. Spesso, infatti, un libro la porta verso un altro, in una sequenza di passi del tutto casuale.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *