Tra memoria e immaginazione, La vita sempre di Elena Varvello si presenta come un paziente lavoro di ricostruzione affettiva e narrativa. L’autrice torna indietro nel tempo per dare forma alle vite dei suoi nonni, trasformando frammenti dispersi in un racconto vivo e stratificato. Ne nasce un romanzo che non si limita a raccontare una storia familiare, ma indaga il legame profondo tra ciò che siamo e ciò che ci ha preceduti, mostrando come anche le esistenze più lontane possano continuare a parlarci con sorprendente nitidezza.
La vita sempre
La trama si sviluppa attorno alle figure di Francesco e Teresa, i nonni dell’autrice, seguendone le vite da prima del loro incontro, fino alla nascita di un legame tanto inatteso quanto inevitabile. Sullo sfondo, l’Italia del ventennio fascista, con le sue tensioni crescenti e le sue contraddizioni. Attraverso frammenti di memoria, racconti indiretti e intuizioni narrative, Varvello ricostruisce un mondo perduto, restituendogli voce e consistenza.
Francesco nasce nel 1914 da una madre incapace di affetto e un padre debole che non può essere per lui un esempio virtuoso.
Varvello non cede mai alla tentazione di idealizzarlo: lo racconta per quello che è, un ragazzo segnato da un’infanzia priva d’amore, a cui riesce a contrapporre un’inspiegabile vivacità. Le sue fragilità – il vizio del gioco, la leggerezza nei rapporti sentimentali, l’incapacità di assumersi responsabilità – convivono con una vigore intellettuale e una passione per la vita che lo rendono irresistibilmente umano. Francesco è un personaggio contraddittorio, ma altrettanto autentico.
Aveva di lui un fastidio, e ne parlava apertamente quando era in bottega, alla cassa; dipingeva quell’ultimo nato come un’ombra di cui non ti liberi, quasi che lo scopo della sua nascita, nel luglio del 1914 – è nato con la guerra, d’altronde – fosse il tormento materno. Come se Francesco Ravinale fosse venuto al mondo solo per sfinire la madre.
Teresa, al contrario, incarna la solidità e la determinazione. Proveniente da una famiglia modesta, riesce con impegno a diplomarsi maestra, distinguendosi per serietà e disciplina. Il suo carattere schivo, quasi distaccato, emerge soprattutto nel confronto con l’amica Clelia, più audace e passionale, quasi feroce nel suo modo di stare al mondo. Il loro rapporto richiama inevitabilmente quello tra Lenù e Lila della saga de L’amica geniale, non solo per la dinamica tra le due fin da bambine, ma anche per l’ambiente in cui crescono: un contesto povero, segnato da limiti sociali difficili da superare, che riflette l’Italia del Novecento.
Certo che l’amore le interessa, anche se non lo ammette. Il battito del cuore di Teresa Cordero è un dito che picchietta veloce su un tavolo, un lungo treno scuro che sputa vapore e corre via nella notte.
La storia tra Francesco e Teresa appare improbabile: lui, abituato a sedurre e mentire; lei, rigorosa e apparentemente distante da quel mondo. Eppure, è proprio la diversità di Teresa a incrinare le certezze del giovane uomo. In lei trova qualcosa che non ha mai conosciuto: una forma di bene possibile, forse persino credibile.
La settimana seguente, sulla via del ritorno le diede un bacio rapido, a labbra chiuse, senza neppure toccarla, come se avesse l’urgenza di chiudere una fessura da cui passava un fiotto d’aria o un rivolo d’acqua.
Accanto ai protagonisti, si muove una costellazione di personaggi secondari che contribuiscono a dare ancora più spessore al racconto. Figure come Alfonso, l’amico d’infanzia di Francesco tragicamente scomparso, o Daniele, il giovane ebreo che sperimenta sulla propria pelle l’escalation dell’odio razziale, incarnano il modo in cui la grande Storia s’insinua nelle vite quotidiane. Sono storie minori solo in apparenza, perché proprio attraverso di esse il romanzo acquista respiro e complessità.
Altrettanto significativa è la presenza della città di Alba, che fa da sfondo all’intera vicenda. Non è una semplice ambientazione, ma un vero e proprio organismo vivo: una realtà provinciale in cui tutto si sa, dove le differenze sociali sono marcate e le maldicenze possono pesare quanto i fatti. Eppure, proprio questa dimensione raccolta offre anche un senso di protezione, almeno fino a quando la guerra non irrompe con tutta la sua violenza.
Lo stile icastico di Varvello è inconfondibile: preciso, attento, capace di trasformare ogni dettaglio in un elemento rilevante. Un suono lontano, un odore improvviso, un gesto appena accennato: tutto contribuisce a costruire un mondo narrativo ricco e sensoriale. Nulla è superfluo nella sua scrittura e ogni particolare sembra trovare il proprio posto con naturalezza.
Tornata in libreria dopo sei anni da Solo un ragazzo, Varvello con La vita sempre probabilmente non soddisfa solo il desiderio di raccontare una storia, ma il bisogno – condiviso da molti – di risalire alle proprie origini. Partendo da immagini rimaste a lungo silenziose e da pochi ricordi tramandati dalla madre Piera, nata dall’amore tra Francesco e Teresa, Elena Varvello compone in modo magistrale un mosaico fatto di assenze e intuizioni, dimostrando come la memoria, anche quando è lacunosa, possa diventare materia viva di narrazione. In questo senso, il romanzo è anche una riflessione sul modo in cui costruiamo la nostra identità, non solo attraverso ciò che sappiamo, ma anche attraverso ciò che immaginiamo.
Se mantenere accesa la memoria collettiva è indiscutibilmente un atto politico, non dimenticare le vite delle persone che ci hanno preceduti è un vero e proprio atto d’amore.
La vita sempre è un romanzo che non indugia in facili sentimentalismi e che riesce a essere intimo e universale allo stesso tempo. Racconta sì una storia familiare, ma dentro quella storia si riflettono le necessità di ogni essere umano: il bisogno di appartenenza, la ricerca di senso, la capacità di resistere anche nei momenti più bui.
Varvello con il suo romanzo più personale e doloroso riesce a toccare corde profonde, ricordandoci che, di fronte all’orrore della guerra, ma anche alle difficoltà del quotidiano, esiste sempre un impulso vitale che spinge a guardare avanti. Ed è forse proprio questo, alla fine, il significato più autentico del titolo: la vita, sempre, nonostante tutto.
La vita, lui, se la sentiva ancora, come sempre, nelle mani, nei piedi. La vita gli prudeva e gli diceva di andare.

un libro per chi: cerca una storia indimenticabile in cui riconoscersi
autrice: Elena Varvello
titolo: La vita sempre
editore: Guanda
pagg. 336
€ 20

