È un insolito memoir quello che Marcin Wicha dedica alla madre scomparsa, raccontandola attraverso gli oggetti che le sono appartenuti e che si ritrova a dover archiviare, gettare, vendere.
Cose che non ho buttato via, pubblicato da Ponte alle Grazie, è un libro che con grande ironia affronta il dolore del lutto e della mancanza, ma soprattutto è un’ode alla fallibile umanità dei genitori, troppe volte incompresa e non accettata.

Cose che non ho buttato via

Cosa succede agli oggetti appartenuti alle persone che amiamo, quando queste vengono a mancare?
Succede che tutto deve essere sgomberato, sistemato, gettato via, e che questa incombenza, quando si tratta della morte dei genitori, ricade quasi sempre sui figli.

Marcin Wicha si ritrova così a dover svuotare la casa della madre, una donna tanto determinata quanto sopra le righe, una madre dalla presenza ingombrante che continua a fare capolino da ogni stanza, mobile e oggetto.

… gli oggetti si preparavano a combattere. Avevano intenzione di fare resistenza. Anche mia madre si preparava a combattere.
‘Cosa ci farai con tutta questa roba?’
Molte persone fanno questa domanda. Non scompariremo senza lasciare traccia. E persino quando scompariremo, rimarranno le nostre cose, polverose barricate.

Quanto può essere difficile per un figlio liberare quegli spazi? Quanto si può rischiare di perdere i ricordi mentre si danno via gli oggetti che hanno scandito una vita così importante?
Wicha prende il dolore e lo trasforma in opportunità, in un’occasione per ripercorrere la vita della madre, ma anche la sua stessa vita accanto a una mamma cocciuta e presente, coraggiosa e onesta, una nonna eccezionale, una vera fuori classe.

… adesso è morta. Sono a casa sua. È tutto sparito. Sono rimasti soltanto i libri.
Erano il nostro sfondo. Si trovavano ovunque. Riconoscevo i loro dorsi, prima ancora di distinguere le lettere nei segni neri. Per tutta la vita li ho usati per predire il futuro. Cercavo le conclusioni.

Sono i libri che acquistava e che leggeva a raccontarla.
Collane incomplete di romanzi sdruciti che oggi valgono poco, libri di cucina dalle strampalate ricette comuniste, manuali di lingua inglese pieni di annotazioni, testi legati alla sfera professionale.
Decine di volumi consunti e impolverati che nemmeno i robivecchi vogliono acquistare, ma che per Marcin sono l’occasione per snocciolare aneddoti, per rivivere emozioni e ripescare dalla memoria certi odori, tuffandosi in un passato che non è solo nostalgico ma anche decisamente divertente e pittoresco, ripercorrendo i fatti di un’infanzia e di una giovinezza con una madre così avanti in un Polonia ancora troppo comunista.

… a scuola insegnavano a fare il calcolo delle probabilità. Dicevano che il risultato del lancio di una moneta non dipendeva da risultati precedenti. Che ogni volta si ripartiva da zero. Cinquanta e cinquanta. Prendere o lasciare. Soltanto nel quaderno di matematica ho visto la vita come una catena di fatti indipendenti, una fila di ripetizioni dove ciascuna dice: non vi dobbiamo nulla. Mi sono spaventato.

Non c’è tristezza che sia fine a sé stessa, non c’è malinconia senza rimedio, perché nel mettere mano agli oggetti e ai ricordi Wicha ritrova l’ironia che ha sempre accompagnato la madre, quel tratto caratteriale che la rendeva sempre pronta ad affrontare la vita, in un modo o nell’altro, e che appartiene oggi in parte anche a lui.

Cose che non ho buttato via fa anche sorridere e Wicha, senza mai cadere nel sentimentalismo, riesce a disegnare, tra umorismo e un filo di sarcasmo, il ritratto tenero di una madre dal carattere ruvido e imponente, che diventa importante anche per chi legge queste pagine.
Ed è questo, l’essere ricordati con premura da chi ci ha amati, che può renderci davvero immortali.

Cose che non ho buttato via di Marcin Wicha

un libro per chi: quando prende in mano un libro usato si domanda chi l’abbia vissuto e letto prima

autore: Marcin Wicha
titolo: Cose che non ho buttato via
traduzione: Irene Salvatori
editore: Ponte alle Grazie
pagg. 182
€ 16

L'ho comprato io!

Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura. Pratica mindfulness, sogna sempre le montagne e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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