Frieda di Christophe Palomar | Intervista

Articolo a cura di Paola Migliorino.

È una storia davvero particolare quella di Frieda, romanzo di Christophe Palomar uscito a cavallo del lockdown per Ponte alle Grazie, dopo una prima pubblicazione nel 2015 per conto di un piccolo editore milanese.
Un romanzo che, nonostante queste piccole avversità, merita di essere recuperato e letto.

Frieda

Come dice lo stesso Palomar nei ringraziamenti in coda al libro, l’idea di raccontare la storia di questo «uomo senza qualità, combattuto fra fuga e nostalgia» è nata quasi per gioco, ed è rimasta a lungo nel classico cassetto, da cui è stata tirata svogliatamente fuori per catturarci sin dalla prima pagina grazie al linguaggio ricco e vorticoso.

Romanzo di formazione e non solo, ambientato nella decadente prima metà del secolo scorso, Frieda descrive le vicende di Joachim von Tilly, giovane rampollo di una ricca famiglia tedesca, figlio di un uomo indaffarato e di una donna assente, che viene via via svezzato alla vita: in un’infinita e febbricitante solitudine che lo taglia fuori dal mondo, passa dalle prime esperienze sessuali in esotici bordelli, agli innamoramenti per donne affascinanti e all’apparenza irraggiungibili, sino all’ingresso in una sorta di maturità forzata, dovuta alla necessità di subentrare nella gestione dell’impero paterno.

Come in una confessione o in una seduta di “autoanalisi”, Joachim descrive in prima persona le trasformazioni e i patimenti della giovinezza, seguendo un dialogo immaginario con il lettore, al quale sembra quasi di sbirciare tra le pagine di un diario vecchio di cent’anni, ma attualissimo per i sentimenti.

È anche solo possibile ricordare il momento esatto in cui appare il desiderio? È anche solo possibile resistere alla sua impronta? Il desiderio sopraggiunge ben prima dell’amore e gli sopravvive sempre, squarciando come una lama la vita degli uomini. Mi accolse e lo accettai con gioia.

Come per tutti gli eredi di importanti dinastie, il percorso educativo del protagonista comprende viaggi in giro per l’Europa fibrillante e accecata dell’epoca immediatamente antecedente la Grande Guerra.
Joachim si muove tra la gaudente Capri e la stimolante Vienna, incontrando ovunque i personaggi incredibili che hanno reso indimenticabili quegli anni; artisti come Schiele, Kokoschka e Klimt o politici e imprenditori come Walther Rathenau  e Albert Ballin sono suoi i naturali compagni di gioco e di vita, di cui subisce il fascino pur senza perdere lucidità e lungimiranza.

La pelle ha memoria e, nella ritrovata Capri, la mia ricordava in abbondanza. Lentamente, le strade si misero a brulicare di bambini e di stranieri, di pescatori e di preti che mi squadravano con malizia. C’erano profumi in abbondanza, quello del gelsomino fra le dita e quello del limone nell’aria serale. C’erano gli scricchiolii delle barche sballottate dal mormorio sensuale dell’acqua. C’era la freschezza delle angurie e quella delle lenzuola appena cambiate, l’odore dei pini al crepuscolo e quello della pietra nell’aria viola del mattino. Ma più di ogni cosa c’erano su quel corpo maldestro le impronte della donna e del sole, le uniche verità con cui mi ero mai confrontato. Come immaginare di vivere dopo tutto ciò?

Non meno significativo è l’incontro con la Grande Guerra, che scorre parallela alla vita tutto sommato agiata del giovane conte.
Ora a capo delle acciaierie di famiglia, Joachim sogna in realtà vite e ricchezze diverse, pur non privandosi dei privilegi che la posizione gli assicura.

Questa guerra, che faceva sprofondare un intero popolo dentro una materia ostile e gravosa, mi avvicinava agli uomini. La sofferenza del mio popolo mi avvicinava agli uomini.

Distrutto dalla malattia, impoverito dalla guerra ma soprattutto intimamente ostile alle ombre del nazismo che si profilano all’orizzonte, Joachim abbandona all’improvviso la decadente Europa per cominciare un nuovo capitolo della sua esistenza in Argentina.

Unici bagagli della precedente vita: alcuni libri, un’eccellente educazione, un disegno dell’amico Schiele e il persistente ricordo di Frieda, la donna conosciuta in gioventù, amata ma solo sfiorata, forse idealizzata, cugina del Barone Rosso, ma soprattutto compagna e musa di D.H. Lawrence, autore de L’amante di Lady Chatterley.

Bastava uno sguardo, un gesto da parte sua perché l’irreparabile si diffondesse in me. E poi tutto in lei faceva scricchiolare il muro dei divieti…Scoprivo l’eccezione e poi la regola. Frieda scoppiava di vitalità e nessuno sembrava in grado di contrastare i suoi piani. Scansati come birilli, villeggianti e contesse la lasciavano fare, segretamente sedotti da un tale sgarbo al conformismo. Ma l’essenziale era altrove, credo, in una sensualità diretta, naturale, nuova per l’epoca, una sensualità che veniva da dentro e che si serviva tanto delle parole quanto degli sguardi.

Questo salto inaspettato dall’altra parte del mondo segna l’inizio di una nuova fase per Joachim, che seguiamo fino alla vecchiaia e a quel finale, che ci lascia tutta l’amarezza di una sorprendente nuova prospettiva.

Chiuso il libro, sarà impossibile dimenticare Joachim e pensare al secolo scorso senza un po’ di nostalgia, ma anche una certa apprensione per il futuro.

Frieda di Christophe Palomar | Intervista

un libro per chi: subisce il fascino della vecchia Europa

autore: Christophe Palomar
titolo: Frieda
editore: Ponte alle Grazie
pagg. 306
€ 18

Intervista a Christophe Palomar

Buongiorno Christophe, grazie per la disponibilità e benvenuto sul blog.
Innanzitutto, da cosa nasce la scelta di un tema così umanamente e politicamente delicato, e in fondo quasi mai affrontato, come “le due guerre mondiali viste da un tedesco”?

Buongiorno e grazie a voi per la disponibilità! Anche se in realtà è un tema battuto quello del tracollo degli imperi centrali (per non parlare delle macerie del nazismo), non avevo in mente un romanzo storico bensì un romanzo sull’oggi visto attraverso un’epoca che mi sembrava funzionale a capire il mondo di oggi. Devo dire che più passa il tempo e più mi sembra calzante il confronto fra quel contesto storico e questo nostro presente.
Un esempio su tutti? L’accelerazione vorticosa degli eventi che fanno sembrare ogni crisi il punto più basso e invece…

La conoscenza storica e culturale del periodo descritto era un bagaglio personale già acquisito o è stata il frutto di un’approfondita ricerca per la stesura del romanzo? Come si è sviluppato il lavoro?
Non ho fatto particolari ricerche né storiche né letterarie. Sono nato nella germanica Alsazia, regione fortemente segnata dalla storia del novecento, e sono cresciuto con la letteratura mitteleuropea. Tutto molto naturale quindi.
Per quanto riguarda la stesura del libro, è a Trieste che ho trovato la forza di riprendere quel progetto scritto a metà. Nel contempo mitteleuropea e mediterranea, Trieste è la città che più mi somiglia forse.

A tuo avviso, dopo aver approfondito così tanto il tema, quali sono i Paesi che s’incamminano sulla strada percorsa dalla Germania del ‘900?
Anche se la consapevolezza è bassa, i paesi europei seguono tutti la stessa strada, tant’è che non c’è evento nella storia europea che non abbia avuto ripercussioni sull’intero continente. Diciamo che la Germania di Weimar è stato un laboratorio molto interessante in cui si sgretolarono le certezze, un caos che sfociò nella tempesta perfetta che sappiamo. Se quel periodo è molto simile al nostro, la Germania di allora racconta parecchio dell’Italia di oggi in cui, esattamente come allora, cresce l’insofferenza nei confronti della democrazia, della scienza, della cultura e più in generale della civiltà del progresso.

Sono tante le donne fondamentali per la vita del protagonista – “lei”, Maria, Sandra – ma è Frieda a dare il titolo al romanzo. Perché hai scelto proprio lei?
Joachim ha un problema con la vita e si sente sempre “al di sopra o al di sotto delle cose e mai in sintonia con la realtà” come dice a un certo punto. Uno di motivi di questo spaesamento è la sua incapacità a relazionarsi con le donne. Mamma, zie, balia, prostitute, fanciulle dell’aristocrazia tedesca, donne di servizio e soprattutto “lei”, di cui non fa nemmeno il nome, sono tutte sagome per lui, fantasmi che popolano il suo paesaggio psichico.
Un’eccezione è Frieda, figura vera, paritetica, incarnata, l’unica donna nella vita di Joachim. Da lei questi impara a vivere, a desiderare, ad amare e soprattutto a sopravvivere al fiume della Storia e del tempo. “Sopravvivere, ecco tutto” dice Joachim alla fine del romanzo, una frase che deve interamente a Frieda.

La scrittura è ricca, la definirei addirittura antica per ricercatezza nello stile e nell’uso delle parole. Questa ricchezza in alcuni passaggi rende meno lineare lo scorrere degli avvenimenti, come se la lucidità del lettore venisse ottenebrata dal flusso di parole. La sensazione è quella che tu abbia voluto utilizzare questo artificio per farci comprendere meglio lo stato d’animo confuso e sofferente del protagonista. Ci sbagliamo?
Artifici mai! Volevo seguire il mio protagonista dall’infanzia alla vecchiaia, stargli alle costole come un cameraman. Fra Storia e stati d’animo. Fra avvenimenti e odori di cibo. Invece dal primo viaggio a Capri in poi, è stato lui a guidarmi. Con le sue sensazioni, la sua lingua, i suoi occhi sul mondo.
Qui va detto che gli “abiti” di Joachim cambiano molto fra la parte europea e la parte argentina. Perché siamo figli del linguaggio. E se Joachim pensa e architetta la parte europea in un tedesco che lui stesso considera “antiquato”, la seconda parte è pensata in uno spagnolo povero, tipico degli immigrati degli anni ’20 in Argentina. Frasi più corte e pensieri più concreti.
Una cosa però è farina del mio sacco: non volevo usare la lingua di oggi. Perché non volevo usare il mio Joachim come contenitore o peggio ancora come pupazzo. Un personaggio in carne e ossa vuole una lingua, una voce propria e tocca all’autore (e quindi al lettore) ascoltarlo. Non c’è incontro senza ascolto.

Una domanda personale, ma solo se hai voglia di rispondere. La storia di questo tuo romanzo è davvero particolare: molto amato dalla critica alla sua prima uscita nel 2015 grazie a un piccolo editore, non ha potuto competere al Premio Campiello per mancanza di copie; ora esce nuovamente con Ponte alle Grazie e lo fa in un momento delicatissimo per l’editoria italiana e per tutti noi, con tutte le difficoltà di distribuzione e promozione connesse.
Qual è stata la tua prima reazione di fronte a tutto ciò?

La prima parola che mi viene in mente è “stupore” inteso come meraviglia e sorpresa. La scrittura per me è sempre stata un territorio intimo e magico così diverso da quello dell’azienda in cui mi muovo da anni. Inizialmente non volevo essere pubblicato e soprattutto non volevo che la scrittura diventasse un mestiere e nemmeno una fonte di reddito. Da questo punto di vista devo dire che la realtà è andata oltre le aspettative!
In ogni caso, la storia di Frieda mi sta regalando gioie e soddisfazioni incredibili; ad esempio mi ha fatto conoscere gente di grande qualità. E se vogliamo accennare alle vicissitudini editoriali passate e presenti, è vero che tutto ciò ha dell’incredibile. In ogni caso si scrive per imparare a vivere e non per vincere. Ogni nuovo lettore per me è una piccola stella che si accende in questa lunga notte editoriale.

In questa fase di costrizione casalinga, non è facile concentrarsi ma te lo chiediamo comunque, perché la curiosità vince sempre: stai già lavorando a un nuovo romanzo?
Nonostante il dolore (o forse grazie al dolore!) sto scrivendo molto in questo periodo. Non si tratta del prossimo romanzo ma di quello successivo, in quanto il prossimo è già pronto! Anche in questo caso, si tratta di un progetto nato parecchio tempo fa e rivisto più volte. Perché non riesco a scrivere velocemente.

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