Il cielo in gabbia di Christine Leunens

Un castello di bugie. Un’enorme struttura di menzogne, con fondamenta così profonde da diventare indistruttibile. Ecco cosa ci racconta Il cielo in gabbia, romanzo di Christine Leunens uscito lo scorso novembre per SEM e diventato ancor più noto per aver ispirato a Taika Waikiki la sceneggiatura da Oscar del film Jojo Rabbit.

Il cielo in gabbia

Johannes Betzler è solo un ragazzo quando l’Austria viene annessa alla Germania del Terzo Reich.
L’ideologia nazista e l’indottrinamento hitleriano fanno subito breccia nella sua mente acerba, tanto da renderlo più che entusiasta di essere parte della Gioventù che si adopera per diffondere la propaganda ariana.
La sua famiglia, però, è tutt’altro che nazista.
Sua madre e suo padre, infatti, nascondono nei luoghi più ameni della loro casa la giovane ebrea Elsa Kor, compagna di studi della scomparsa figlia Ute.

Elsa non è riuscita a fuggire con la sua famiglia e con l’amato Nathan. Ne ha perso le tracce da molto tempo ed è rimasta sola, chiusa tra quelle quattro soffocanti mura ma grata ai genitori di Johannes che se ne prendono cura tanto segretamente da non essersi fatti scoprire né dal figlio né tanto meno dalla sbadata e bizzarra nonna che vive con loro.

Durante un’esercitazione, un’esplosione amputa un braccio a Johannes e ne sfigura il giovane volto.
La devozione verso il Fuhrer rimane intatta, ma qualcos’altro invece inizia a sbriciolarsi nella sua mente.
È per questo che sente una strana presenza in casa? È forse questo il motivo per cui gli appaiono particolarmente strani gli atteggiamenti dei genitori?

Nei giorni del suo riposo forzato Johannes comincia a percepire qualcosa di strano, fino a quando il suo sguardo si posa sull’ebrea che vive a pochi passi da lui.
Perché non ne è disgustato? Perché quella ragazza tutt’altro che ariana non lo repelle?
Perché ne è invece attratto, tanto da farla diventare una vera e propria ossessione?

Tra i due inizia un gioco delle parti disturbato e angosciante, che si trasforma in vera e propria patologia quando la guerra sta volgendo al termine, con la vittoria degli alleati e la sconfitta del nazismo.

Non volevo ammetterlo, ma Elsa aveva ragione. Presto avremo perso la guerra e lei sarebbe stata libera. Non avevo idea di cosa potessi fare per trattenerla. Credevo che si sarebbe resa conto di amarmi, ero convinto che l’unico mio nemico fosse il tempo. Il tempo necessario a conoscermi meglio, il tempo per dimenticare Nathan. Istintivamente, sapevo che più la sua situazione fosse stata disperata, più aumentavano le mie probabilità di riuscita. Dovevo soltanto mantenere viva la sua disperazione per poi propormi come sua unica speranza, per non dire fonte di felicità. Ogni giorno speravo che gli avvenimenti subissero una svolta miracolosa. Se solo avessimo vinto la guerra la mia vita sarebbe stata salva.

C’è solo una decisione che il ragazzo può prendere, per non perdere la donna che crede d’amare: non le rivelerà che la guerra è finita e che la libertà è a portata di mano.
È qui che la narrazione si fa claustrofobica, mentre distruzione e morte si impossessano della poca giovinezza rimasta a Johannes ed Elsa.
Le diverse fragilità di entrambi sono la miccia che fa esplodere il delirio di una reclusione che è prima di tutto mentale oltre che fisica.

Senza radio né giornali, cominciai a vivere segregato dal mondo esterno. Fuori tutto sembrava sgradevole, brutale. Dentro eravamo protetti, la nostra casa era sicura, tranquilla, un santuario. Ogni volta che rincasavo appoggiavo la schiena alla porta e tiravo un profondo respiro. Bastavano pochi centimetri e l’aria era diversa. Imbottigliata, domestica, rassicurante, sapeva di chiuso. L’aria esterna si muoveva di continuo, cambiava direzione a ogni contatto con qualcosa, aveva un odore fresco e imprevedibile. Fuori significava pericolo. Dentro era un luogo più umano.

Il tempo scorre, Vienna non è più la stessa, gli sconfitti fanno la fame e quel piccolo mondo in gabbia sta per crollare.
Chi è ora il gatto? Chi il topo? Elsa è ancora la fragile ragazzina ignara di tutto, che deve nascondersi per sopravvivere? Johannes è davvero l’uomo che la sta salvando, amandola come solo lui sa fare?

«Comunque,» disse «credo che ormai tu abbia sacrificato troppo della tua vita per me. È giunto il momento di sacrificare a me per la tua libertà.» Le sue parole erano venate d’ironia, ma il tono di voce era serio.
«Ti spiacerebbe ripetere?»
«Sei libero di sbarazzarti di me.»
«Che cosa vuoi dire?»
«Usa la tua immaginazione e dimenticati che sono esistita. Aprimi la porta. È la cosa più semplice. Che ne sarà di me lo deciderà il destino.»
«Perché dici queste assurdità?»
«È la più grande prova d’amore che ti possa dare. Sono pronta a sacrificare la mia vita per la tua libertà. È la definizione stessa dell’amore. Darsi l’un altro spazio e libertà. L’amore non è possessivo, non è richiudere l’altro per il proprio piacere. No, sono convinta che l’amore non debba legarci all’altro. L’amore è libero e liberatorio, come l’aria, il vento, sì, come la luce divina.»

Christine Leunens con Il cielo in gabbia mette in scena una piccola e intricata storia di disperazione e follia, che s’incastra perfettamente nella ben più complessa e conosciuta Storia di un’Europa in fiamme, che vede feroci carnefici sterminare un popolo colpevole di essere diverso.
È lo spessore psicologico dei personaggi a colpire innanzitutto: dalla frivola nonna Pimmichen preoccupata di morire sotto i bombardamenti senza indossare la dentiera, alla solida intergrità del serafico vater, fino ad arrivare ai rimorsi di mutter, terrorizzata di aver condannato a morte l’intera famiglia con la scelta di proteggere un’ebrea, Leunens analizza tutte le sfumature dell’animo umano quando è sottoposto a costante paura.
La scrittura articolata e compatta riesce a rendere perfettamente gli eccessi di una relazione insana e claustrofobica, arrivando anche a instillare nel lettore il dubbio che tutto ciò che scorre sulle pagine possa essere solo il brutto sogno di un ragazzino turbato dal proprio aspetto fisico.

Il finale sconvolge, lasciando una profonda sensazione di vuoto e un leggero senso di nausea.
Che cosa siamo capaci di arrivare a fare nel nome di ciò che crediamo amore?

un libro per chi: vuole addentrarsi negli oscuri meandri di due menti fragili e malate

autore: Christine Leunens
titolo: Il cielo in gabbia
traduzione: Maurizia Balmelli
editore: SEM
pagg. 397
€ 18

Jojo Rabbit

Il film, vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale scritta dal regista Taika Waititi, ha atmosfere ben diverse da quelle cupe e morbose del romanzo.
Pare sia stata la stessa Leunens a suggerire a Waititi di dare nuova vita ai personaggi de Il cielo in gabbia e non si può certo dire che il regista neozelandese non abbia colto il suggerimento, rendendo decisamente più leggera – se si può usare questo termine quando si scrive di guerra, nazismo e olocausto – la storia di Johannes ed Elsa.

A partire dall’età dei protagonisti, che rimane fanciullesca per tutta la durata del film, fino all’introduzione di un buffo Hitler quale amico immaginario di Johannes, appare subito evidente che Jojo Rabbit sia stato pensato per arrivare al grande pubblico, mantenendo però intatta la necessità di far riflettere sul potere delle menzogne e sull’orrore della guerra, senza però scendere in anfratti troppo oscuri e pesanti, che avrebbero potuto limitare l’apprezzamento degli spettatori.

Si sorride parecchio nella prima parte e ci si commuove altrettanto nella seconda.
Un film godibilissimo, bello, costruito con grande maestria.
Se non avete letto il libro, lo amerete profondamente.
Diversamente, prendetelo per quel che è: un gran bel film liberamente tratto da un romanzo che è quasi tutt’altro.

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