Dopo aver profondamente amato La figlia unica, gli ammiratori e le ammiratrici della scrittrice messicana Guadalupe Nettel possono godere della riedizione del memoir Il corpo in cui sono nata, uscito per La Nuova Frontiera. Un racconto schietto, talvolta al punto di essere affilato come una lama e ruvido come carta vetrata, che è anche profonda riflessione sul sentirsi spesso inadeguati al mondo che ci circonda.

Il corpo in cui sono nata

Durante una lunga seduta di psicoterapia, la protagonista ripercorre il proprio passato e alcuni particolari eventi che l’hanno segnata e ne hanno fatto la donna che è oggi.
Bambina sul finire degli anni 70, la piccola Guadalupe e il fratello minore vengono educati da una famiglia progressista e disinibita in un Messico che forse si evolve molto più lentamente delle teorie pedagogiche dei Nettel.

Una famiglia aperta e fin troppo votata alla verità, tanto che per i più piccoli non esiste Babbo Natale mentre il sesso è già entrato a far parte delle fiabe più classiche, così da non farli trovare impreparati di fronte alle prime, naturali, pulsioni.

Guadalupe ascolta, impara e soprattutto osserva, con un occhio bendato per correggere un disturbo della vista, una piccola imperfezione, una macchia bianca sulla pupilla che la rende sicuramente diversa e allo stesso tempo la obbliga a guardare il mondo da un punto di vista marginale, quello in cui si ritrovano spesso le persone che il mondo fatica ad accogliere e accettare.

…a un certo punto alzai lo sguardo e scoprii che nel palazzo di fronte, proprio all’altezza del mio appartamento, in una simmetria stupefacente, c’era un’altra ragazzina che osservava il mondo dalla sua finestra con un’espressione infelice come quella che dovevo avere io in quel momento. Si chiamava Ximena. La conoscevo di vista e la trovavo simpatica. L’avevo vista passare per strada con quella sua aria un po’ assente. Tuttavia posso dire che quella notte la guardai per la prima volta, non con indifferenza, come di solito si osservano i movimenti dei vicini, ma con una reale attenzione, con empatia. Non potevo esserne sicura, ma qualcosa mi fece pensare che anche lei mi stesse guardando. All’improvviso la distanza che separava i nostri palazzi si fece minima e mi parve che, provandoci, avrei potuto percepire il suo fiato sul vetro appannato della finestra, sentire il suo respiro, capire ciò che stava vivendo.

In questo suo viaggio nel passato e nei ricordi, Nettel affronta vicende più o meno dolorose che hanno riguardato la sua famiglia: la separazione dei genitori, il trasferimento in Francia con la madre, il rapporto a intermittenza con il padre, le umiliazioni subite dalla rigida nonna materna, ogni momento di allora ripercorso oggi e raccontato alla terapeuta diviene occasione per cogliere una nuova consapevolezza ma anche per un’elaborazione necessaria al perdono, verso gli altri e, soprattutto, verso la sé stessa bambina che non è stata in grado di difendersi dalla volubilità emotiva degli adulti, e pure dalle tipiche angherie dei più giovani.

Che ne pensa, dottoressa Sazlavski, del fatto di terrorizzare così, senza alcuna certezza, due bambini di quell’età? “Normale in una donna disturbata, che attraversa un periodo particolarmente duro”, potrebbe dire lei, e non avrebbe tutti i torti, ma all’epoca non ci passava neanche per la testa di considerare in quel modo la nostra genitrice, che era il pilastro della famiglia. Ricordo con grande chiarezza la sensazione d’impotenza che mi pervadeva quando la sentivo piangere al di là della porta  il suo pianto paralizzava qualunque attività della casa, compresi i miei giochi e i movimenti della domestica. Io e mio fratello ci sedevamo sul nostro letto ad aspettare che si rasserenasse. Rimanevamo lì, in un silenzio d’attesa, finché, finalmente, le sue lacrime si esaurivano e lui potevano tornare ai giochi o ai rituali serali.

Per chiunque abbia compiuto o stia compiendo un percorso psicoterapeutico, leggere Il corpo in cui sono nata sarà come guardarsi allo specchio, in uno slancio empatico che muove lacrime, rabbia ma anche diversi sorrisi complici, a volte amari, altre volte semplicemente più leggeri, quasi serafici.

Stando a ciò che ho potuto osservare, quando un evento ci ferisce, nell’affrontarlo seguiamo due tendenze generali: la prima consiste nel ripercorrerlo all’infinito, come un video proiettato a ripetizione sul nostro schermo mentale. La seconda consiste nel distruggere il nastro e dimenticare per sempre l’evento doloroso. Alcune persone, me compresa, adottano entrambe le tecniche per rielaborare i propri ricordi.

Ancora una volta Nettel mette al centro della narrazione la diversità dei corpi ma anche quella delle mentalità, che ci fanno sentire spesso in lotta col mondo ma soprattutto con noi stessə.
Il suo occhio bendato non è né più né meno di qualsiasi deficit che moltə di noi hanno vissuto in qualsiasi momento e in qualsiasi ambito; una sorta di mancanza universale che accomuna chiunque abbia dovuto, almeno una volta nella vita, confrontarsi con gli altri, con quelli considerati “normali”.
Quelli che – ma questo lo si scoprirà solo da adulti, dopo anni di osservazione e riflessione – in verità non esistono.

Da ascoltare anche in audiolibro prodotto da Emons e disponibile su Storytel, con l’ottima interpretazione di Elba Radonicich.

un libro per chi: ha cercato a lungo o cerca ancora di sentirsi a proprio agio nella propria pelle e nel mondo

autrice: Guadalupe Nettel
titolo: Il corpo in cui sono nata
traduzione: Federica Niola
editore: La Nuova Frontiera
pagg. 185
€ 16.90

Clicca QUI per acquistare questo libro e sostenere la libreria indipendente La Scatola Lilla.


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura. Pratica mindfulness, sogna sempre le montagne e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

0 commenti

Lascia un commento

Segnaposto per l'avatar

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *