L’uomo che parlava ai funerali di Mario Zangrando

L’uomo che parlava ai funerali, esordio di Mario Zangrando uscito per Astoria, non è certo un romanzo per cui si gridi al miracolo letterario, eppure riesce, raccontando la morte senza gravità, senza retorica, ma con una delicatezza quasi disarmante, a restare a lungo nei pensieri di chi lo legge.

L’uomo che parlava ai funerali

Il protagonista è Renato, un uomo che ha trasformato il suo rapporto con la fine della vita in una passatempo alquanto singolare: legge in modo quasi maniacale i necrologi e li usa come strumento per avvicinarsi alle persone fragili e provocarne il pianto. Quello che sente essere il suo compito è dare voce al dolore altrui, trovare le parole giuste per consentire a chi ha amato i defunti di lasciarsi andare al dolore della perdita. Accanto a questa quotidianità insolita, il romanzo alterna il presente di Renato a un passato carico di affetti, vissuto accanto alla moglie Lidia e al figlio Luca, in un tempo che sembra lontanissimo ma che continua a esercitare una forte attrazione emotiva.

Ecco: io penso di essere uno di quelli che, sopravvissuti a disgrazie e brutti mali altrui, sono diventati vecchi e, un giorno alla volta, si avviano a morire di morte naturale. Aspettano che la vita passi.

Uno dei maggiori punti di forza del libro è senza dubbio il plot. La morte è il fulcro attorno a cui ruota l’intera narrazione, ma non diventa mai un elemento cupo o opprimente. Al contrario, viene trattata come una presenza costante, quasi una compagna di viaggio con cui imparare a convivere. Zangrando riesce così a spostare lo sguardo: non è la fine a essere al centro, ma ciò che resta, ciò che continua a vivere nelle parole, nei ricordi e nelle relazioni.

Molto efficace è anche la scelta dei due piani temporali. Il presente di Renato, fatto di funerali e discorsi scritti per altri, si intreccia con il passato familiare, più intimo e luminoso. Questo continuo andirivieni tra “prima” e “dopo” permette alle lettrici e ai lettori di cogliere il peso delle assenze e di comprendere meglio le fragilità del protagonista, senza che nulla venga spiegato in modo didascalico.

Il dolore è una cosa personale, nessuno si offre di portarlo via a nessun altro, così, di propria iniziativa, senza nemmeno chiedere, mettendosi in coda come a una mensa aziendale. Ma stiamo scherzando? E poi no, e ancora no, il dolore non si riduce e tanto meno si porziona.

Il romanzo ha inoltre la capacità rara di lasciare una traccia duratura. Una volta chiuso, continua a generare riflessioni sulla vita, sul modo in cui affrontiamo il dolore e sul valore delle parole quando sembrano insufficienti.

Non mancano però alcuni limiti. Renato, in certi momenti, soprattutto quando sembra voler forzare l’emozione degli altri, rischia di risultare manipolatorio, quasi antipatico. Lo stile di scrittura semplice di Zangrando, se da un lato rende il romanzo accessibile, dall’altro può apparire fin troppo lineare per chi cerca una narrazione più ricercata.

Nel complesso, L’uomo che parlava ai funerali è un romanzo capace di affrontare un tema universale con sensibilità, lasciando al lettore un dono: qualcosa su cui riflettere.

un libro per chi: ha un pessimo rapporto con la morte

autore: Mario Zangrando
titolo: L’uomo che parlava ai funerali
editore: Astoria
pagg. 224
€ 18

Chi ha scritto questo post?

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un "angelo custode di eventi".
Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce diversi gruppi di lettura.
Pratica mindfulness dal 2012, sogna sempre le montagne, ascolta musica jazz e vive un'intensa storia d'amore con il suo beagle Franco.
È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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