Appena pubblicato da Edizioni Clichy, Papà di Régis Jauffret è un profondo e complesso viaggio al centro della famiglia, a tratti onirico e quasi inquietante, che vede protagonista il padre dello scrittore francese, personaggio sfuggente di cui, alla fine, sapremo tutto e niente.

Papà

È il 19 settembre 2018 quando Jauffret, seduto sul divano di casa, riconosce suo padre Alfred in un fotogramma di un documentario storico che sta passando in tv.
L’uomo è in manette, prelevato forzatamente dalla casa in cui lo scrittore è cresciuto. A trascinarlo sono gli uomini della Gestapo, perché quel documentario racconta la polizia del governo filonazista di Vichy, che tra il 1940 e il 1944 dominò sulla Francia meridionale.

Régis Jauffret, passato lo straniamento di chi non sospettava in alcun modo che il proprio genitore avesse subito qualcosa del genere, inizia subito a indagare su quel fatto sconosciuto persino a sua madre.
Alfred è morto molti anni prima e la sua vita non è certo stata idilliaca, ma nulla era mai emerso di quei momenti del 1943.

Cresciuto in una buona famiglia, appassionato di musica e scolaro studioso, Alfred fu colpito dalla meningite a soli nove anni e da allora non fu più lo stesso.
Il mondo iniziò ad apparirgli silenzioso e difficile da comprendere.
La sordità era entrata nella sua vita.

Alfred non era invidioso. Mai una parola malevola contro i suoi fratelli che erano riusciti tutti nella vita. Il secondo è un avvocato d’affari, il terzo un medico, senza contare il maggiore la cui ricchezza imponeva rispetto in questa società in cui si valuta il valore degli esseri umani in base al denaro che producono. Tempo dopo, contrariamente a Madeleine che nutriva nei miei confronti una smisurata ambizione, avrebbe accettato senza patemi che diventassi un comune cittadino di cui nessuno avrebbe mai sentito parlare.

Nell’indagare e ricamare sull’arresto immortalato in quel documentario, Jauffret mette a nudo se stesso e i propri genitori, facendo emergere – impetuoso e travolgente – tutto il vuoto affettivo paterno.
Alfred, di anno in anno, diventò infatti sempre più indurito, frustrato dalla mancanza di suoni (ah, cosa dev’essere amare la musica e non poterla più ascoltare!), anaffettivo, gretto.
Un uomo difficile da amare, che tentava d’amare a proprio modo, fallendo miseramente.

Ancora oggi sono sempre a discolparlo, non d’aver perso l’udito, ma di non essere stato il padre di cui ero affamato. Alfred, non eri più nemmeno un uomo, solo un organismo, con in fondo alla conchiglia un ego devastato infilzato nel cervello come una farfalla su un tappo di sughero, quella vita da pesce rosso nel vaso della tua esistenza miserabile attraverso il quale ti vedevo andare dalla cucina in cui ti riscaldavi il caffè fino alla poltrona dove sprofondavi per abbruttirti nella lettura dei tuoi necrologi, delle previsioni del tempo, degli articoli sulla ricostruzione dei quartieri settentrionali che ti riguardavano meno del mio dolore di averti perso da vivo, e tu che urlavi invece di parlare, che cantavi improvvisamente canzoni dell’epoca in cui ancora potevi sentire, rottame di papà, papà affondato, arenato in fondo allo stagno e io cercavo continuamente di dimenticarti, di piangere la tua morte, tu qui e là, tu che non te ne andavi mai, che eri sempre in casa, cane randagio, ma io non sono figlio di un cane, di molosso, di cagnolino, di carlino, di bestia bella, immonda, saggia, eri mio padre sempre qui, sempre là, a volte, eppure, nonostante tutto, qualsiasi cosa fosse, di papà non ne avevo.

A fare da contraltare a questa figura paterna così assente – e infinitamente desiderata dallo scrittore – è Madeleine, la moglie e madre, che si sposò non più giovane e si diede parecchio da fare per riuscire a procreare.
Dopo un aborto, arrivò Régis a dare un senso alla vita di una donna che credeva nello scintillio dell’apparenza, a discapito dei veri sentimenti.

Provò immediatamente una sensazione di intensa gioia immaginandoselo adulto. Sarebbe stato bello, alto, atletico, realizzato socialmente, dominatore, con la zampa sulle prede che avrebbe fatto a brandelli con le sue zanne. Sarebbe stato un prolungamento, un corpo e un cervello supplementari di cui lei sarebbe stata comproprietaria. Sarebbe stata una cosa sola con l’uomo che sarebbe diventato. Lui le sarebbe stato irrimediabilmente legato. Si sarebbero amati come amanti senza aver bisogno di servirsi di quegli stupidi organi genitali per connettersi. Lei era presente in ognuna delle sue cellule, nessun bisogno di cercare di unirsi maggiormente, di volersi penetrare per provare a se stessi che si è un’unica cosa. Era l’amante che aveva sempre desiderato.

Scopriremo qualcosa di più su quell’arresto tenuto nascosto per anni?
I voli pindarici dell’autore troveranno un fondamento nella realtà?
Non è certo questo lo scopo di Papà, che si rivela un memoir duro e impietoso, che scava nelle profondità delle relazioni familiari e che colma quei vuoti che nella vita reale hanno logorato Jauffret per anni.
Nel raccontare il padre, Régis Jauffret racconta se stesso, il proprio dolore di figlio e i buoni propositi da genitore.

Non c’è finzione che superi la realtà, anche se spesso la finzione è necessaria per comprenderne tutti gli aspetti, fin nei più oscuri e indicibili anfratti.
Papà è un virtuoso esempio di come la letteratura sappia sempre compensare quello che ci manca.

Papà di Régis Jauffret

un libro per chi: ama la scrittura di Annie Ernaux e ha letto con grande piacere La straniera di Claudia Durastanti

autore: Régis Jauffret
titolo: Papà
traduzione: Tommaso Gurrieri
editore: Edizioni Clichy
pagg. 200
€ 17


Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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