A fine romanzo vorrete provare per la vostra casa e la vostra terra lo stesso amore che Baba Dunja prova per il suo paese ormai radioattivo.
È sicuramente questo il più meritevole lascito del piccolo grande romanzo L’ultimo amore di Baba Dunja, scritto dalla russa naturalizzata tedesca Alina Bronsky e pubblicato nel 2016 da Keller.

L’ultimo amore di Baba Dunja

Černovo è un piccolo paese a pochi chilometri da Chernobyl, dove ormai gli esseri umani non mettono più piede se non avvolti da pesanti e spesse tute bianche.
Il 1986 è da poco passato, con quel reattore infuocato e la sua pingue scia di morti e sfollati.

Gli animali, l’aria, le verdure dell’orto, gli oggetti, l’acqua, tutto quanto a Černovo fa vibrare pesantemente i misuratori che sempre più raramente vengono portati dagli uomini dello stato, studiosi e soldati mandati a verificare le conseguenze di quella che è stata la più grande tragedia radioattiva del ventesimo secolo.
Baba Dunja è ormai così anziana da non temere di morire per le radiazioni che continuano a infettare il terreno e ogni cosa con esso confinante.

Ai tempi dell’ incidente nucleare, mi ritenevo tra quelli che se l’erano cavata meglio. I miei figli erano al sicuro, mio marito In ogni caso non avrebbe retto lungo e io avevo già la carne dura. In fondo non avevo niente da perdere. Ed ero preparata a morire. Il mio lavoro mi aveva insegnato a tenere sempre sottocchio questa eventualità, per non farmi cogliere alla sprovvista da un momento all’altro.
Ancora oggi mi stupisco ogni giorno di essere viva. Un giorno sì e uno no mi chiedo se magari non si anch’io uno di quei morti che vagano sotto forma di spiriti e che non vogliono accettare che il loro nome sia già su una lapide. Qualcuno dovrebbe dirglielo, ma chi sarebbe così sfacciato. Io sono contenta che nessuno abbia più niente da dirmi. Ho già visto tutto e non ho più paura di niente. La morte può arrivare, purché sia gentile.

Lei e pochi altri vecchi hanno voluto tornare nell’ormai spettrale e contaminata terra natia, per vivere gli ultimi anni in pace e chiudere per sempre gli occhi nella propria casa, davanti a paesaggi conosciuti e amati.
Dunja non ha più parenti accanto: la figlia Irina fa il medico in Germania e il figlio Alexej sta negli Stati Uniti, dove può essere se stesso e amare gli uomini senza timore d’essere incompreso o, peggio ancora, malmenato o arrestato.
In Germania c’è anche una nipote, Laura, che nonna Dunja non ha mai incontrato ma che sente vicina come se l’avesse allevata e nutrita.

Baba Dunja a Černovo però non è sola. Con lei ci sono il moribondo Petrov, l’estroversa tontolona Marja, gli egoisti e riservati coniugi Gavrilov, il decrepito sciupafemmine Sidorov.
Poi ci sono loro, gli spiriti dei defunti, che Dunja vede muoversi tra le case, nei giardini, ovunque attorno lei. E c’è la natura, stranamente rigogliosa e colorata, caciarona come gli animali che continuano ad animare una terra che dovrebbe essere morta e inospitale.

Il mio lavoro mi ha insegnato che le persone fanno sempre e soltanto quello che vogliono. Chiedono consigli, ma in realtà non hanno bisogno del parere di un estraneo. Da ogni frase filtrano solo quello che piace a loro. Il resto lo ignorano. Io ho imparato a non dare consigli, se non espressamente richiesti. Inoltre ho imparato a non fare domande.

Sarà l’arrivo di un uomo molto più giovane, accompagnato dalla figlia ancora bambina, a destabilizzare la piccola comunità di tenaci sopravvissuti, e a segnare il destino di tutti.
Un uomo malvagio, a cui toccherà una giusta fine, così come sarà giusta la fine di Baba Dunja e del suo gruppo ormai diventato famiglia.

Durante il primo anno Černovo mi sono state poste molte domande. Quelle più difficili provenivano da Irina. Quelle più insulse dai giornalisti. Mi seguivano a ogni passo, come astronauti imbacuccati nelle loro tute antiradiazioni. Baba Dunja, gridavano tutti assieme, che segnale vuole dare con questo gesto? Come pensa di sopravvivere dove non può più esserci vita? Permetterà ai suoi familiari di farle visita? Quanto ha di pressione? Si è sottoposta a un controllo della tiroide? A chi consentirà di venire ad abitare nel suo paese?

L’ultimo amore di Baba Dunja, con piglio ironico e delicati tocchi sentimentali, ci insegna ad amare la terra da cui proveniamo, la natura che ci circonda, il ricordo di quello che abbiamo avuto e la speranza per quel che avremo.
Con una scrittura asciutta e penetrante, Alina Bronsky dipinge un affresco rurale che si muove tra idillio e orrore, raccontandoci la storia di un personaggio femminile indimenticabile.
La forza, la tenacia e la coerenza di Baba Dunja siano d’esempio a tutti noi, voraci viaggiatori senza radici, che rischiano di perdersi nel nulla!

L'ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky

un libro per chi: dal 1986 si domanda “Com’è andata a finire?”

autore: Alina Bronsky
titolo: L’ultimo amore di Baba Dunja
traduzione: Scilla Forti
editore: Keller
pagg. 165
€ 14,50

L'ho comprato io!

Elena Giorgi

Emiliano-romagnola, ragazzina negli anni ’80, si è trasferita a Milano nel 2008 e per molto tempo è stata un angelo custode di eventi. Oggi lavora tra sport e turismo, anche se a vederla non si direbbe. Da anni si occupa anche di libri: modera incontri letterari, ha ideato e realizzato la rassegna Segreta è la notte e conduce un gruppo di lettura dedicato ai romanzi di esordienti italiani. Pratica mindfulness e ogni giorno sceglie di sorridere. È meno cattiva di quello che sembra e vorrebbe morire ascoltando “La Bohéme” di Puccini.

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